"Credi che sia per questo che ci vogliono?"
"È possibile."
"Allora confrontiamo questa possibilità con la certezza assoluta di morire congelati dove siamo," disse Gentle.
"È una decisione tua."
"No, questa la prendiamo insieme. Tu hai il cinquanta per cento del voto, e cinquanta per cento della responsabilità."
"Tu che cosa vuoi fare?"
"Ecco che ci risiamo. Prendi una decisione, per una volta."
Pie guardò le donne che si allontanavano, e le cui forme stavano già scomparendo dietro un velo di neve. Poi guardò Gentle. Poi il doeki. Poi ancora Gentle.
"Ho sentito dire che mangiano le palle degli uomini," disse.
"E allora di che cosa di preoccupi?"
"Va bene!" ringhiò il mystif. "Voto per andare."
"Allora abbiamo l'unanimità."
Pie iniziò a far alzare il doeki. Non voleva muoversi, ma il mystif sapeva far ricorso a ottime minacce quando era sotto pressione, e iniziò a rimproverarlo con forza.
"Sbrigati o le perderemo!" disse Gentle.
Ora la bestia era in piedi, e tirando le briglie Pie la portò sulla scia di Gentle, che era già avanti per tenere d'occhio le loro guide. A volte la neve le nascondeva completamente, ma Gentle aveva visto la donna che li aveva chiamati voltarsi varie volte, e sapeva che non avrebbe lasciato che si perdessero nuovamente. Dopo un po', riuscirono a vedere la loro destinazione. Una parete verticale di roccia grigio-ardesia si profilava nell'oscurità. La sua sommità si perdeva nella bruma.
"Se vogliono che ci arrampichiamo, hanno sbagliato di grosso," gridò Pie nel vento.
"No, c'è una porta," urlò Gentle. "La vedi?"
Il termine era piuttosto lusinghiero per una fessura frastagliata, come un fulmine nero che saettasse sulla parete della rupe. Ma rappresentava una possibilità di riparo, se non altro.
Gentle si voltò verso Pie. "Pie, la vedi?"
"La vedo," fu la risposta. "Ma non vedo le donne."
Un'occhiata lungo la parete di roccia confermò l'osservazione del mystif. O erano entrate nella rupe o erano levitate verso la sua sommità nelle nuvole. In ogni caso, erano scomparse velocemente.
"Fantasmi," disse irritato Pie.
"E anche se fosse?" replicò Gentle. "Ci hanno portato al riparo."
Prese le redini del doeki dalla mano di Pie, e costrinse l'animale a proseguire, dicendo: "Vedi quel buco nel muro? Dentro farà caldo. Ti ricordi il caldo?"
Mentre coprivano gli ultimi cento metri, la neve aumentò fino ad arrivare nuovamente alla vita. Ma tutti e tre, uomo, animale e mystif, raggiunsero incolumi l'apertura. Dentro c'era più che un riparo; c'era luce. Dapprima videro uno stretto passaggio, le pareti nere avvolte nel ghiaccio, e un fuoco che ardeva da qualche parte nelle profondità della caverna. .
Gentle aveva lasciato cadere le redini del doeki, e il saggio animale si stava già allontanando lungo il passaggio, facendo riecheggiare il suono dei suoi zoccoli lungo le pareti luccicanti. Quando Pie e Gentle lo raggiunsero, una leggera curva nel passaggio rivelò la fonte della luce e del calore verso cui si stavano dirigendo. Un'ampia ma sottile coppa di rame battuto era posta in un punto in cui il passaggio si allargava, e il fuoco ardeva con forza al suo centro. C'erano comunque due cose curiose. Una, che la fiamma non era dorata ma blu. Due, che bruciava senza alimento, e la fiamma superava il bordo della coppa di circa quindici centimetri. Però, com'era caldo! I grumi di ghiaccio nella barba di Gentle si sciolsero e caddero; i fiocchi di neve divennero gocce sulla fronte e sulle guance lisce di Pie. Il calore portò un'esclamazione di pura gioia sulle labbra di Gentle, che aprì le sue braccia doloranti a Pie'oh'pah.
"Non moriremo!" disse. "Non te l'avevo detto? Non moriremo!"
Anche il mystif lo abbracciò, premendo le labbra prima sul collo di Gentle, poi sul suo viso.
"Va bene, avevo torto," dichiarò. "Ecco! Lo ammetto!"
"Allora andiamo avanti e cerchiamo le donne?"
"Sì!" disse Pie'o'pah.
Quando gli echi del loro entusiasmo si calmarono, i due udirono un suono. Come un rintocco di campane di ghiaccio.
"Ci stanno chiamando," disse Gentle.
Il doeki aveva trovato un piccolo paradiso accanto al fuoco, e nonostante tutti i tentativi di Pie di farlo alzare, non intendeva muoversi.
"Lascialo qui per un poco," disse Gentle, prima che il mystif cominciasse con una nuova tornata di volgarità.
Il passaggio che seguirono non era soltanto curvo, ma si biforcava più volte in sentieri illuminati da coppe ardenti. I due scelsero il loro itinerario seguendo lo scampanellio, che però non sembrava affatto avvicinarsi. D'altronde, ogni volta che sceglievano una strada, diminuiva la loro possibilità di ritrovare la via del ritorno verso il doeki.
"Questo posto è un labirinto," disse Pie, il disagio nella voce. "Credo che dovremmo fermarci e stabilire esattamente cosa stiamo facendo."
"Cerchiamo le Dee."
"E contemporaneamente perdiamo il nostro mezzo di trasporto. Nessuno di noi è in condizioni di continuare a piedi."
"Io non mi sento tanto malconcio. Tranne che per le mani." Le alzò di fronte al viso, con i palmi rivolti verso l'alto. Erano gonfie e ferite, le lacerazioni erano livide. "Immagino di essere così in tutto il corpo. Hai sentito le campane? Sono dietro l'angolo, lo giuro!"
"Sonò state dietro l'angolo per gli ultimi tre quarti d'ora. Gentle, non si avvicinano affatto. È un trucco. Dovremmo tornare dall'animale, prima che venga macellato."
"Non credo che versino sangue qui dentro," replicò Gentle. Le campane suonarono ancora. "Ascolta. Sono più vicine." Andò verso l'angolo seguente, scivolando sul ghiaccio. "Pie. Vieni a vedere."
Pie lo raggiunse sull'angolo. Davanti a loro il passaggio si restringeva fino a un'entrata.
"Che cosa ti ho detto?" disse Gentle, e si diresse verso la porta, oltrepassandola.
Il tempio dall'altra parte non era vasto - le dimensioni erano quelle di una chiesa modesta, niente di più - ma era stato scavato con tale destrezza da dare un'impressione di magnificenza. Aveva però subito grossi danni. Nonostante la miriade di colonne, cesellate con bravura estrema, e le volte in pietra lucente come ghiaccio, le sue pareti erano piene di buchi, il pavimento scavato. Né ci volle molto per capire che gli oggetti che erano stati sepolti nel ghiacciaio avevano fatto un tempo parte del suo arredo. L'altare giaceva al centro in pezzi, e in mezzo alle macerie c'erano frammenti di pietra blu, simili a quelli della statua che la ragazza aveva portato con sé. Ora i due viaggiatori si trovavano con certezza assoluta in un luogo che portava i segni del passaggio di Hapexamendios.
"Sui Suoi passi," mormorò Gentle.
"Oh, sì," mormorò Pie. "Lui è stato qui."
"E anche queste donne," disse Gentle. "Ma non credo che mangiassero le palle degli uomini. Credo che lo loro cerimonie fossero più benevole." Si accovacciò, facendo scorrere le dita sui frammenti intagliati. "Mi chiedo cosa facessero. Mi sarebbe piaciuto vedere i loro riti."
"Ti avrebbero fatto a pezzi."
"Perché?"
"Perché le loro devozioni non erano per gli occhi degli uomini."
"Ma tu saresti potuto entrare, non è vero?" chiese Gentle. "Saresti stato una spia perfetta. Avresti potuto vedere."
"Non è questione di vedere," disse dolcemente Pie, "è questione di sentire."
Gentle si alzò, osservando il mystif con nuova consapevolezza. "Credo di invidiarti, Pie," disse. "Tu sai come ci si sente a essere entrambi, non è vero? Non ci avevo mai pensato prima. Uno di questi giorni mi dirai come ci si sente?"
"Sarebbe meglio che lo scoprissi da solo," disse Pie.
"E come?"
"Questo non è il momento..."
"Dimmelo."
"Bene, i mystif hanno i loro riti, come gli uomini e le donne. Non ti preoccupare, non dovrai spiarmi. Sarai invitato, se è questo che vuoi."
Mentre Gentle ascoltava venne colto da una remota fitta di paura. Era diventato quasi indifferente ai molti miracoli cui aveva assistito dall'inizio del loro viaggio, ma la creatura che era stata al suo fianco in tutti questi giorni gli rimaneva, se ne rese conto, sconosciuta. Dopo il loro primo incontro a New York, non l'aveva più vista nuda; né baciata come si bacia un amante; né si era permesso di provare stimoli sessuali nei suoi confronti. Forse era perché lì aveva pensato alle donne e ai loro riti segreti, ma ora, gli piacesse o no, stava guardando Pie'oh'pah ed era eccitato.
Il dolore lo distolse da quei pensieri e si guardò le mani, accorgendosi che nel suo disagio le aveva strette a pugno, riaprendone i tagli. Il sangue cadde sul ghiaccio al suolo, sorprendentemente rosso. Vedendolo ricordò una cosa che aveva relegato nei meandri della memoria.
"Cosa c'è?" disse Pie.
Ma Gentle non aveva fiato per rispondere. Ora sentiva il fiume ghiacciato rompersi sotto di lui, e gli agenti dell'Imperscrutato che ululavano dall'alto. Sentiva le sue mani che picchiavano, picchiavano, picchiavano contro il ghiacciaio, e i pezzi di ghiaccio che gli colpivano il viso.
Il mystif era venuto al suo fianco.
"Gentle," disse, ormai ansioso, "parlami, vuoi? Cosa c'è che non va?"
Mise le braccia sulle spalle del compagno, e al suo tocco Gentle fece un sospiro.
"Le donne..." disse.
"Cosa?"
"Sono stato io a liberarle."
"Come?"
"Con il soffio. Come altrimenti?"
"Tu hai disfatto l'opera dell'Imperscrutato?" chiese il mystif, con voce a malapena udibile. "Per il nostro bene, spero che le donne siano state le uniche testimoni di questa impresa."
"C'erano degli agenti, proprio come avevi detto tu. Mi hanno quasi ucciso. Ma io li ho colpiti."
"Queste sono cattive notizie."
"Perché? Se io devo sanguinare, lascia che anche Lui sanguini un po'.»
"Hapexamendios non sanguina."
"Tutto sanguina, Pie. Anche Dio. Forse specialmente Dio. Altrimenti perché Lui Si è nascosto?"
Mentre parlava, le campane tintinnarono ancora, più vicine che mai, e guardando oltre la spalla di Gentle Pie disse: "Forse era in attesa di questa piccola eresia."
Gentle si girò, e vide la donna che li aveva chiamati, per metà in ombra in fondo al tempio. Il ghiaccio che la avvolgeva ancora non si era sciolto, suggerendo che, come le pareti, la carne su cui era incrostato fosse ancora a una temperatura sotto lo zero. Anche sui suoi capelli c'erano frammenti di ghiaccio che, quando muoveva un poco la testa, si scontravano gli uni con gli altri e tintinnavano come piccole campane.
"Io ti ho fatto uscire dal ghiaccio," disse Gentle, dirigendosi verso di lei. La donna non parlò. "Mi capisci?" continuò Gentle. "Ci porti fuori di qui? Vogliamo trovare il modo di passare oltre la montagna."
La donna fece un passo indietro, ritirandosi nell'ombra.
"Non avere paura di me," disse Gentle. "Pie! Aiutami!"
"Come?"
"Forse non capisce l'inglese."
"Ti capisce più che bene."
"Parlale, d'accordo?" disse Gentle.
Obbediente come sempre, Pie iniziò a parlare in una lingua che Gentle non aveva mai udito prima, e che aveva una musicalità rassicurante anche se le sue parole non erano comprensibili. Ma né la sua musica né il senso di quel discorso parvero impressionare la donna. Continuò a ritrarsi nell'ombra, e Gentle la seguì cautamente, timoroso di spaventarla e ancora di più di perderla del tutto. Unendosi ai tentativi di persuasione di Pie si ridusse a mercanteggiare:
"Un favore in cambio di un altro," disse.
Pie aveva ragione: lei capiva davvero. Anche se rimaneva nell'ombra, Gentle poteva vedere un lieve sorriso sulle sue labbra socchiuse. Dannazione, pensò, perché non voleva rispondergli? Le campanelle risuonavano ancora nei suoi capelli, e lui continuò a seguirle anche quando l'ombra divenne tanto fitta che si sentì praticamente perso dentro di essa. Si guardò indietro, verso il mystif, che aveva ormai rinunciato a qualsiasi tentativo di comunicare con la donna, e si rivolse invece a Gentle. "Non andare oltre," disse.
Anche se non era lontano più di cinquanta metri da dove si trovava lui, la voce del mystif suonò artificialmente remota, come se un'altra legge, oltre a quella della distanza, fosse vigente nello spazio tra di loro.
"Sono ancora qui. Puoi vedermi?" rispose Gentle che, soddisfatto della risposta affermativa del mystif, tornò con lo sguardo verso l'ombra. La donna era però scomparsa. Imprecando, corse in avanti verso il punto in cui l'aveva vista l'ultima volta, mentre la sensazione di trovarsi su un terreno insidioso si intensificava. L'oscurità aveva una sua consistenza nervosa, come un pessimo bugiardo che tentasse di allontanarlo con una scrollata di spalle. Lui non se ne voleva andare. Più essa vibrava, più lui era ansioso di vedere cosa stesse nascondendo. Per quanto cieco, non affrontava il rischio ciecamente. Alcuni minuti prima aveva detto a Pie che tutto era vulnerabile. Ma nessuno, nemmeno l'Imperscrutato, poteva far sanguinare l'oscurità. Se si fosse richiusa su di lui, Gentle avrebbe potuto graffiarla finché voleva, senza lasciare sul suo dorso privo di pelle alcun segno. Udì Pie gridargli: "Dove diavolo sei?"
Vide che il mystif lo stava seguendo dentro l'ombra.
"Non venire oltre," gli disse.
"Perché no?"
"Potrei aver bisogno di un punto di riferimento per tornare indietro."
"Basta che ti volti."
"Non finché l'avrò trovata," disse Gentle, proseguendo con le braccia protese in avanti.
Sotto i suoi piedi il pavimento era scivoloso, e dovette procedere con estrema attenzione. Ma senza la guida della donna, quel labirinto che attraversava la montagna poteva rivelarsi fatale quanto la neve alla quale erano appena sfuggiti. Doveva trovarla.
"Puoi ancora sentirmi?" gridò a Pie.
La voce che gli disse di sì era debole quanto una comunicazione su una linea telefonica molto disturbata.
"Continua a parlare," gridò.
"Cosa vuoi che dica?"
"Qualsiasi cosa. Canta una canzone."
"Sono stonato."
"Allora parla di cibo."
"Va bene," disse Pie. "Ti ho già parlato degli ugichee e degli stomaci pieni di uova..."
"È la cosa più schifosa che abbia mai sentito," replicò Gentle.
"Quando l'avrai assaggiata ti piacerà."
"Sarà l'ultima cosa che mangerò."
Udì la risata smorzatata di Pie; poi il mystif disse: "Mi odiavi quasi quanto odiavi il pesce, ricordi? E io ti ho convertito."
"Non ti ho mai odiato."
"A New York sì."
"Neanche allora. Ero solo confuso. Non avevo mai dormito con un mystif."
"Ti è piaciuto?"
"Più del pesce, ma non quanto il cioccolato."
"Che cosa hai detto?"
"Ho detto..."
"Gentle! Non ti sento quasi più."
"Sono ancora qui!" replicò, ormai strillando, Gentle. "Pie, mi piacerebbe rifarlo, qualche volta."
"Fare cosa?"
"Dormire con te."
"Dovrò pensarci."
"Che cosa vuoi? Una proposta di matrimonio?"
"Potrebbe essere un'idea."
"D'accordo!" rispose Gentle. "Allora sposami!"
Dietro a lui ci fu silenzio. Gentle si fermò e si girò. La forma di Pie era un'ombra sfocata contro la luce distante del tempio.
"Mi hai sentito?" urlò.
"Ci sto pensando."
Gentle rise, nonostante l'oscurità e il disagio ch'essa suscitava in lui.
"Non posso aspettare in eterno, Pie," gridò. "Ho bisogno di avere una risposta in..." Si fermò e le sue dita protese toccarono qualcosa di ghiacciato e di solido. "Oh merda."
"Cosa c'è?"
"Cazzo, è un vicolo cieco!" disse avvicinandosi alla superficie che aveva incontrato e facendo scorrere le mani sul ghiaccio. "E solo una parete nuda."
Ma non era tutto. Il sospetto che quello fosse un territorio infido era più forte che mai. C'era qualcosa dall'altra parte di quella parete... se solo avesse potuto arrivarci.
"Torna indietro..." udì Pie supplicarlo.
"Non ancora," disse Gentle a se stesso, sapendo che le parole non avrebbero raggiunto il mystif. Si portò la mano alla bocca, e catturò un respiro.
"Gentle, mi hai sentito?" chiamò Pie.
Senza replicare, Gentle colpì il muro con uno pneuma, un'operazione nella quale la sua mano era ormai esperta. Il suono del colpo venne inghiottito dalle tenebre, ma la forza che scatenò fece cadere dall'alto una grandine di ghiaccio. Gentle non attese che le vibrazioni si fossero calmate, ma lanciò un secondo soffio, e un terzo, e ogni soffio apriva ulteriormente le ferite nella sua mano, aggiungendo il sangue alla violenza dei suoi colpi. Forse li alimentava. Se il suo fiato e la saliva davano simili risultati, quale potere si nascondeva nel suo sangue, o nel suo seme?
Quando si fermò per una nuova espirazione, udì il mystif gridare e si girò, vedendolo muoversi verso di lui attraverso un vortice d'ombra furiosa. Non erano solo il muro e il soffitto sopra di loro a venire scossi dal suo assalto; l'aria stessa turbinava, scuotendo la silhouette di Pie e mostrandola a sprazzi. Mentre gli occhi di Gentle lottavano per fissare l'immagine, una grossa lancia di ghiaccio divise Io spazio tra loro, colpendo il terreno e andando in pezzi. Gentle ebbe il tempo di alzare le braccia davanti al viso prima che le schegge lo colpissero, ma il loro impatto lo scagliò contro la parete.
"Distruggerai tutto questo posto!" udì gridare Pie, mentre altri pezzi di ghiaccio cadevano.
"E troppo tardi per cambiare idea!" replicò Gentle, "Muoviti, Pie!"
Con passo leggero, anche su quel terreno letale, il mystif schivò il ghiaccio muovendosi verso la voce di Gentle. Prima ancora che Pie lo raggiungesse, Gentle si girò per attaccare nuovamente il muro, sapendo che, se questo non avesse ceduto in brevissimo tempo, sarebbero rimasti sepolti nel punto in cui si trovavano. Prendendo un altro soffio dalle labbra lo scagliò contro il muro, e questa volta l'ombra non inghiottì il suono che rimbombò come una campana tonante. Se non ci fossero state le braccia del mystif pronte a reggerlo, il rinculo avrebbe gettato Gentle a terra.
"Questo è un punto di passaggio!" gridò Pìe.
"Che cosa significa?"
"Questa volta due respiri," fu la sua risposta. "Il mio e il tuo, in una mano. Mi capisci?"
"Sì."
Non poteva vedere il mystif, ma lo sentì portare la mano alla bocca.
"Contiamo fino a tre," disse Pie. "Uno."
Gentle trasse un respiro carico d'aria furiosa.
"Due."
Poi inspirò di nuovo, ancora più profondamente.
"Tre."
E soffiò, insieme a Pie, nella propria mano. La carne umana non era in grado di controllare una tale forza. Se Pie non gli fosse stato accanto a sostenergli la spalla e il polso, la forza sarebbe esplosa dal suo palmo, strappandogli la mano. Ma i due si gettarono in avanti all'unisono, e Gentle aprì le dita l'istante prima che lo pneuma colpisse il muro.
Il boato che li sovrastava si intensificò, ma venne assorbito pochi attimi dopo dalla distruzione che avevano scatenato davanti a loro, Se ci fosse stato spazio per ritrarsi l'avrebbero fatto, ma il soffitto stava scagliando raffiche di stalattiti e tutto ciò che i due poterono fare fu proteggersi le teste nude e tener duro, mentre la parete, cadendo in pezzi, li lapidava per il loro crimine, gettandoli in ginocchio. Il tumulto continuò per un paio di minuti, e il terreno fu scosso con tanta violenza che vennero nuovamente gettati a terra, cadendo questa volta sulla faccia. Poi, gradualmente, la confusione diminuì. La grandine di pietre e ghiaccio divenne una pioggerella, si fermò, e una raffica di vento miracolosa spinse l'aria calda contro i loro visi.
Alzarono lo sguardo. L'aria era scura, ma la luce strappava i bagliori al ghiaccio sul quale giacevano, e la sua fonte era situata da qualche parte, in alto. Il mystif fu il primo ad alzarsi, aiutando poi Gentle a fare lo stesso.
"Un punto di passaggio," ripeté Pie.
Mise un braccio sulle spalle dì Gentle e insieme avanzarono con fatica verso il calore che li aveva indotti ad alzarsi. Anche se l'oscurità era ancora profonda, era possibile notare la vaga presenza del muro. Nonostante la portata di quel terremoto, la fessura che avevano prodotto era poco più alta di un uomo. Dal lato opposto trovarono altra nebbia, ma ogni passo li avvicinava alla luce. Mentre camminavano, con i piedi che affondavano in una soffice sabbia color nebbia, udirono nuovamente le campane di ghiaccio e si girarono, pensando di vedersi seguiti dalle donne. Ma la nebbia aveva già oscurato la fessura e il tempio dietro a essa, e quando le campane smisero di suonare i due viaggiatori persero ogni senso della direzione.
"Siamo usciti nel Terzo Dominio," disse Pie.
"Niente più montagne? Niente più neve?"
"A meno che tu non voglia tornare indietro per ringraziarle, no."
Gentle scrutò avanti nella nebbia. "Questo è l'unico modo per uscire dal Quarto?"
"Oh, Signore, no," disse Pie. "Se avessimo preso il percorso panoramico, avremmo potuto scegliere tra un centinaio di punti in cui attraversare. Ma questa dev'essere stata la loro via segreta, prima che il ghiaccio la sigillasse."
La luce mostrò a Gentle il viso del mystif, che era solcato da un ampio sorriso.
"Hai fatto un ottimo lavoro," disse Pie. "Pensavo fossi impazzito."
"Penso di esserlo, un poco," replicò Gentle. "Devo avere una tendenza distruttiva. Hapexamendios sarebbe orgoglioso di me." Si fermò per concedere al proprio corpo un attimo di riposo. "Spero che nel Terzo ci sia qualcosa di più della nebbia."
"Oh certo. È il Dominio che ho desiderato vedere più di ogni altro, mentre ero nel Quinto. È pieno di luce e di fertilità. Riposeremo, ci nutriremo, e torneremo in forze. Forse andremo a L'Himby, a trovare il mio amico Scopique. Ci meritiamo qualche giorno di riposo prima di dirigerei al Secondo e raggiungere la via di Lenten."
"Ci porterà a Yzordderrex?"
"Certo," disse Pie, sollecitando Gentle a rimettersi in marcia. "La via di Lenten è la strada più lunga nell'Imagica. Deve esser lunga quanto le Americhe, e più."
"Una mappa!" disse Gentle. "Devo iniziare a tracciarla io, una mappa."
La nebbia stava cominciando ad assottigliarsi, e con il crescere della luce aumentavano le piante: il primo verde che vedevano dalle colline pedemontane del Jokalaylau. Allungarono il passo, mentre la vegetazione diventava più rigogliosa e profumata, incitandoli a proseguire verso il sole.
"Ricorda, Gentle," disse Pie dopo un po' che camminavano. "Ho accettato."
"Accettato cosa?" chiese Gentle.
Ormai la nebbia era sottile; potevano vedere un nuovo mondo caldo che li aspettava.
"Hai chiesto la mia mano, amico mio, non te lo ricordi?"
"Non ti ho sentito accettare."
"Ma l'ho fatto," replicò il mystif, davanti allo spettacolo verdeggiante che si svelava davanti a loro. "Se non faremo altro in questo Dominio, dovremo per lo meno sposarci!"
24
I
La primavera arrivò presto quell'anno in Inghilterra: alla fine di febbraio l'aria si era fatta più mite e verso la metà di marzo i fiori di aprile e maggio erano già sbocciati. Quelli che la sapevano lunga dicevano che, se non si fossero verificate altre gelate a bloccare la fioritura e a far morire di freddo gli uccellini nei loro nidi, a maggio si sarebbe avuto un'ondata di nuova vita. I genitori avrebbero lasciato volare i loro piccoli e si sarebbero preparati per la seconda covata di giugno. I pessimisti, invece, prevedevano siccità ma dovettero ricredersi quando, all'inizio di marzo, le cateratte del cielo si aprirono sull'isola.
Era il primo giorno di pioggia, quando Jude si trovò a riflettere sulle ultime settimane che erano seguite all'episodio della Proprietà Godolphin con Oscar e Dowd: da allora avevano tutti avuto sempre un gran daffare, anche se i dettagli su come avessero riempito tutto quel tempo rimanevano piuttosto vaghi. Sin dall'inizio era stata ben accolta in quella casa, da cui poteva entrare e uscire a suo piacimento, anche se non ne approfittava spesso. La sensazione di essere posseduta, che l'aveva colta nel momento in cui aveva messo gli occhi su Oscar, non era affatto svanita, sebbene Judith non ne avesse ancora compreso la vera origine. Oscar era sicuramente un ospite generoso, ma lei era stata trattata altrettanto bene da altri uomini per i quali non aveva provato quel senso di devozione che ora la pervadeva. Una devozione non contraccambiata, almeno non manifestamente, e ciò era per lei un'esperienza nuova. Nelle maniere di Oscar si notava una certa riservatezza e i loro rapporti restavano piuttosto formali, ma tutto questo non faceva altro che intensificare i sentimenti di Judith nei suoi confronti. Quando erano insieme da soli, lei si sentiva come un'amante perduta da tempo e miracolosamente tornata al fianco di lui; si conoscevano a sufficienza per ritenere che esprimere i loro sentimenti fosse del tutto superfluo; quando era con lui in compagnia di altra gente a teatro o a cena con gli amici di Oscar rimaneva per la maggior parte del tempo in silenzio, serena. Anche questo era strano. Era abituata a mostrarsi volubile, a esternare le proprie opinioni su qualsiasi argomento, indipendentemente dal fatto che le fosse stato chiesto o meno un parere, oppure a starsene stizzosamente sulle sue. Adesso, però, tacere non le pesava. Ascoltava le chiacchiere di politica, di finanza e i pettegolezzi mondani come se stesse ascoltando il dialogo di una commedia. Non era il suo dramma. In effetti per lei non c'era nessun dramma; semplicemente si trovava proprio là dove voleva essere e, dato che osservare la rendeva felice, non aveva motivo di chiedere altro.
Godolphin era un uomo molto impegnato e, anche se trascorreva insieme a lei alcune ore ogni giorno, per la maggior parte del tempo Judith restava da sola. Quando era con altra gente, Jude veniva pervasa da un languore piacevole che contrastava fortemente con la confusione che aveva provato prima di venire a stare con Oscar. Aveva cercato di allontanare dalla mente il ricordo di quel periodo e solo quando tornò nel proprio appartamento per raccogliere le ultime cose e le bollette (che vennero pagate da Dowd, su istruzioni di Oscar), rammentò amici che al momento non aveva voglia di vedere. Naturalmente c'erano molti messaggi per lei sulla segreteria telefonica: Klein, Clem e altri. Ricevette anche delle lettere e trovò alcuni biglietti fatti scivolare sotto la porta in cui le si chiedeva di farsi viva. Si mise in contatto con Clem, dato che si sentiva in colpa per non avergli più parlato dal giorno del funerale. Pranzarono vicino all'ufficio di lui, a Marylebone, e lei gli raccontò di aver conosciuto un uomo e di essere andata temporaneamente a viverci insieme. Clem, com'era naturale, s'incuriosì. Chi era quell'uomo tanto fortunato? Qualcuno che conosceva? Com'era a letto: sublime o semplicemente meraviglioso? Era amore? Innanzitutto, era amore? Lei rispose come meglio poté, rivelò il nome dell'uomo e lo descrisse; spiegò che ancora non c'era stato sesso fra loro, anche se il pensiero le aveva occupato la mente più volte; e quanto all'amore, era presto per dirlo. Conosceva bene Clem e sapeva anche che nel giro di ventiquattr'ore quanto si erano detti sarebbe stato di dominio pubblico, cosa che non le dispiaceva. Se non altro, sarebbe servito a quietare le preoccupazioni degli amici riguardo alla sua salute.
"Quando avrò il privilegio di incontrare questo esemplare raro?" le chiese Clem, salutandola.
"Fra un po'," rispose lei.
"Ha una certa influenza su di te, non è vero?"
"Dici?"
"Sei così... non riesco a trovare la parola precisa... tranquilla forse? Non ti ho mai visto così, prima d'ora."
"Sì, forse non sono mai stata così tranquilla."
"Speriamo comunque di non perdere la Judy che tutti conoscono e amano, eh?" aggiunse. "Troppa serenità fa male alla circolazione. Ogni tanto si ha bisogno di una bella arrabbiatura."
Il significato di queste parole le sfuggì fino al giorno dopo, quando, aspettando nella quiete della casa che Oscar rincasasse, si rese conto di come fosse diventata passiva. Era come se la donna che era stata una volta, la Jude delle sfuriate e delle esternazioni, si fosse tolta la pelle vecchia e ora, tenera e nuova, fosse entrata in un clima di attesa. Doveva ricevere delle istruzioni; non poteva vivere il resto della propria vita in quella quiete, e Judith sapeva a chi doveva rivolgersi per averle: all'uomo che, quando parlava nell'atrio, le provocava un tuffo al cuore e le dava le vertigini, Oscar Godolphin.
Se Oscar era la buona novella di quelle settimane, Kuttner Dowd era la cattiva. Era astuto quanto bastava per comprendere che lei sapeva meno dei Domini e dei loro misteri di quanto la loro conversazione al Rifugio gli avesse fatto supporre; inoltre, non poteva davvero essere considerato quell'attendibile fonte di informazioni che lei aveva sperato. Al contrario, era taciturno, sospettoso e talvolta rude, anche se mai in presenza di Oscar. Infatti, quando erano tutti e tre insieme metteva da parte ogni ironia e si prodigava in ossequi nei confronti di Oscar, il quale era talmente abituato a quell'atteggiamento servile di Dowd che ormai non lo notava nemmeno più.
Jude aveva imparato presto a sommare sospetto a sospetto, e più volte era stata tentata di parlare di Dowd con Oscar. Che non l'avesse fatto era una conseguenza di quanto aveva visto al Rifugio. Dowd aveva affrontato quasi con indifferenza il problema dei cadaveri e lo aveva risolto con l'efficienza di uno che ha già agito in circostanze simili per coprire il proprio capo. Per quel che ne sapeva, non aveva cercato nemmeno lodi per il suo operato. Quando il rapporto tra servo e padrone è così radicato che un atto criminoso, nella fattispecie l'eliminazione di due cadaveri, veniva considerato come un dovere marginale, era meglio, pensò, non intromettersi. L'intrusa era lei, la ragazza nuova che sognava di appartenere per sempre al padrone. Non poteva sperare di ricevere da Oscar l'attenzione che dedicava a Dowd, e qualsiasi tentativo di seminare zizzania tra i due si sarebbe certamente ritorto contro di lei. Perciò s'era trattenuta, aveva taciuto, e le cose erano andate lisce come l'olio. Fino a quel giorno di pioggia.
II
Il 2 marzo avevano programmato di recarsi all'opera e lei aveva trascorso la seconda metà del pomeriggio in piacevoli preparativi per la serata, passando il tempo a pensare a quale vestito e quali scarpe avrebbe indossato e trastullandosi nell'indecisione. Dowd era uscito all'ora di pranzo per sbrigare qualche commissione urgente per Oscar e lei si era guardata bene dal fare domande. Sin dal suo arrivo in quella casa, le era stato detto che qualsiasi domanda sugli affari di Oscar non era ben accetta, perciò si era strettamente attenuta alla regola: non è compito delle amanti indagare.
Quel giorno, però, avendo visto Dowd insolitamente agitato, si trovò a pensare, mentre faceva il bagno e si vestiva, a che cosa stesse lavorando Godolphin. A qualcosa che aveva a che fare con Yzordderrex, la città in cui ora, pensava, Gentle camminava assieme alla sua anima gemella, l'assassino? Circa due mesi prima, quando le campane di Londra avevano celebrato l'inizio del nuovo anno, aveva giurato a se stessa che l'avrebbe seguito a Yzordderrex. A distoglierla da quel piano era stato però proprio l'uomo che avrebbe dovuto condurvela e, sebbene adesso i suoi pensieri tornassero a quella città misteriosa, non lo facevano con lo stesso impeto di allora. Le sarebbe piaciuto sapere se Gentle era al sicuro in quelle strade assolate e forse le sarebbe anche piaciuta una descrizione dei quartieri poveri della città, ma il fatto che una volta avesse giurato di recarvisi le sembrava ora del tutto assurdo: in fin dei conti, lì aveva tutto ciò che desiderava.
Non era solo la curiosità circa gli altri Domini a essersi attenuata in quello stato di appagamento: anche la curiosità di sapere cosa succedesse sul proprio pianeta si era raffreddata nella stessa misura. La televisione gorgogliava in un angolo della camera, agendo da sonnifero, e Judith la subiva passivamente, quando d'un tratto, durante il telegiornale di metà pomeriggio - che altrimenti sarebbe passato del tutto inosservato - fu colpita da qualcosa che le riportò alla mente Charlie.
Tre corpi erano stati ritrovati in un fossato sulla Hampstead Heath. I cadaveri erano stati mutilati e ciò faceva pensare - questa era almeno l'opinione del giornalista - a una specie di omicidio rituale. Dalle prime analisi si era appurato che le vittime erano noti esponenti della comunità cittadina dei devoti e praticanti di magia nera. Alcuni altri membri avevano dichiarato che, in considerazione di altri decessi o scomparse avvenuti all'interno del loro gruppo, doveva trattarsi di un atto di intimidazione nei loro confronti. A completare il quadro c'era la polizia che faceva rilievi, perquisendo i cespugli e il sqttobosco di Hampstead Heath, mentre la pioggia cadeva e dava un tocco finale a quella squallida scena.
Quel reportage la colpì per due ragioni, ognuna delle quali era associata a uno dei fratelli. La prima era che le aveva riportato alla mente Charlie, seduto in quella piccola stanza mal areata della Clinica, mentre osservava la brughiera e contemplava il suicidio. La seconda era che quella vendetta avrebbe potuto mettere in pericolo la vita di Oscar, dato che anche lui era coinvolto in pratiche occulte, come ogni altro uomo sulla terra.
Rifletté per tutto il pomeriggio, mentre la sua preoccupazione aumentava, quando si rese conto che erano ormai le sei e Oscar non era ancora rincasato. Rinunciando a vestirsi per la sera andò ad aspettarlo da basso, con la porta d'ingresso aperta, mentre la pioggia batteva sui cespugli accanto ai gradini d'entrata. Oscar arrivò alle sei e quaranta con Dowd. Questi non aveva ancora varcato la soglia quando annunciò che quella sera non sarebbero più andati all'opera. Godolphin lo contraddisse immediatamente, con suo sommo dispetto, sollecitando Jude ad andare a prepararsi poiché sarebbero partiti di là a venti minuti.
Mentre docilmente si avviava verso le scale, Judith udì Dowd dire: "Non ricorda che McGann vuole vederla?"
"Possiamo fare entrambe le cose," rispose Oscar. "Hai tirato fuori il vestito nero? No? Che cosa hai fatto tutto il giorno? No, non dirmelo, non ora che sono a stomaco vuoto."
Oscar stava proprio bene con quell'abito nero e Judith glielo disse quando, venticinque minuti dopo, lui scese dalle scale. Oscar sorrise in risposta al complimento e fece un leggero inchino.
"E tu non sei mai stata più deliziosa," replicò. "Sai che non ho nemmeno una tua fotografia? Mi piacerebbe averne una da tenere nel portafoglio. Lo diremo a Dowd."
Dowd si fece notare per la sua assenza. In genere faceva loro da autista, ma quella sera, evidentemente, aveva altro da fare.
"Perderemo il primo atto," disse Oscar in macchina, "Devo fare una piccola commissione a Highgate, se non ti dispiace."
"Figurati, non importa," rispose lei.
"Non ci vorrà molto," aggiunse Oscar, toccandole la mano.
Forse perché non abituato a condurre l'auto, Oscar sembrava molto concentrato sulla guida e, sebbene la notizia del telegiornale le frullasse ancora in testa, Jude era restia a distrarlo. Viaggiarono speditamente passando per strade secondarie ed evitando così le arterie principali intasate dal traffico rallentato dalla pioggia, e arrivarono a destinazione nel pieno di un vero e proprio diluvio.
"Eccoci qui," disse lui. Il parabrezza era così inondato che era difficile vedere oltre i dieci metri. "Rimani qui al caldo. Non ci metterò molto." La lasciò in macchina e corse attraversando un cortile in un edificio anonimo. Senza che nessuno toccasse la porta, questa si aprì automaticamente e si richiuse subito dopo. Solo quando Oscar fu scomparso all'interno e il tamburellare incessante della pioggia sul tettuccio della macchina fu diminuito un po', Jude si piegò in avanti per sbirciare, attraverso il parabrezza grondante, l'edifìcio. Nonostante la pioggia, riconobbe immediatamente la Torre vista nel sogno dell'occhio blu. La mano andò verso la maniglia della porta, l'aprì senza avere coscienza di che cosa stava facendo; il ritmo del suo respiro aumentò mentre continuava a ripetere: "Oh no, oh no..."
Scese dalla macchina e alzò il viso verso la pioggia fredda e verso un ricordo ancora più raggelante. Aveva dimenticato quel luogo insieme al viaggio che l'aveva condotta lì, quando la sua mente aveva vagato per le strade, scrutando il dolore di una donna e la rabbia di un'altra in quel dominio ambiguo che sta tra i ricordi del reale e quelli del sogno. In parole povere, aveva permesso a se stessa di convincersi che non era mai successo nulla. Ma eccolo lì, quel luogo, con le sue finestre e i suoi mattoni. E, dato che l'esterno era esattamente come l'aveva visto, perché avrebbe dovuto dubitare che l'interno fosse in qualche modo diverso?
C'era uno scantinato a forma di labirinto, ricordava, e alle pareti erano appesi degli scaffali allineati, sovraccarichi di libri e manoscritti. C'era un muro (gli amanti vi si erano appoggiati mentre facevano all'amore) e dietro quel muro, nascosta alla vista di tutti eccetto che alla sua, c'era una cella in cui una donna legata era rimasta al buio per un periodo dolorosamente lungo. Udiva ancora le grida della prigioniera che rimbombavano nelle sue orecchie; quell'ululato folle che l'aveva spinta fuori, sulla terra e sulle strade buie, verso la salvezza della sua casa e della sua mente. Chissà se quella donna stava ancora gridando, si chiese, o se era ripiombata nello stato comatoso dal quale era stata svegliata così brutalmente. Il pensiero del dolore di quella donna fece sgorgare dagli occhi di Jude lacrime che si mescolarono con la pioggia che cadeva.
"Cosa stai facendo?"
Oscar era riemerso dalla Torre e stava correndo sulla ghiaia verso di lei, tenendo la giacca sollevata per coprirsi il capo.
"Mia cara, morirai di freddo. Sali in macchina per favore, per favore. Sali in macchina."
Jude ubbidì, mentre la pioggia le scendeva lungo il collo.
"Scusa," disse. "Io... Mi chiedevo dove fossi andato, ecco tutto. Poi... non so... questo posto mi sembra familiare."
"È un luogo come tanti altri," replicò Oscar. "Ma tu stai tremando. Preferisci che non andiamo all'opera?"
"Ti spiace?"
"Neanche per sogno. Il piacere non deve essere una costrizione. Siamo bagnati e abbiamo preso freddo e non ci possiamo permettere che tu ti ammali. Uno basta e avanza..."
Jude non indagò su quest'ultima osservazione, perché aveva troppe cose per la testa. Voleva piangere, anche se non sapeva se di gioia o di dolore. Il sogno, che si era convinta fosse soltanto frutto dell'immaginazione, aveva un fondamento concreto, e l'altro fondamento concreto accanto a sé (Godolphin) era a sua volta coinvolto in qualcosa di molto importante. L'aveva capito dalla sua abilità nel minimizzare tutto: il modo in cui raccontava dei viaggi ai Domini, come se si trattasse soltanto di prendere un treno, e delle sue spedizioni a Yzorddorrex, quasi una forma di turismo cui la plebaglia non aveva ancora accesso.
Quel suo ridurre l'importanza di ogni cosa, però, era una maschera e, ne fosse cosciente o meno, uno stratagemma per nascondere la vera portata dei suoi affari. La sua stessa ignoranza, o arroganza, avrebbero potuto ucciderlo, ecco cosa cominciò a sospettare Judith. Questo era il suo maggiore cruccio. E la felicità? Dove stava? Nel fatto che forse lei avrebbe potuto salvarlo e lui imparare ad amarla per gratitudine.
Una volta a casa, si tolsero subito i vestiti da sera. Uscendo dalla propria stanza al piano superiore, Judith trovò Godolphin ad aspettarla sulle scale.
"Forse... forse dovremmo parlare."
Andarono di sotto, nella confusione piacevole della sala. La pioggia batteva sul vetro delle finestre. Oscar tirò le tende e riempì due bicchieri di brandy come rimedio contro il raffreddore. Poi si sedette di fronte a lei e iniziò: "Abbiamo un problema, tu e io."
"Davvero?"
"Abbiamo molte cose da dirci. Almeno... credo che sia un problema che ci riguarda entrambi, o per lo meno vale per me... ho un sacco di cose che voglio dirti e accidenti a me se so da dove iniziare. So che ti devo delle spiegazioni su quanto hai visto alla Proprietà, su Dowd e gli evacuatori e su quello che ho fatto a Charlie. E la lista potrebbe continuare. E ho cercato, davvero ho cercato di trovare il modo per spiegarti tutto. Ma io stesso non sono sicuro della verità. La memoria ogni tanto gioca dei brutti scherzi..." Lei fece un cenno di approvazione "... specialmente quando si ha a che fare con luoghi e persone che sembrano appartenere piuttosto ai tuoi sogni. O ai tuoi incubi."
Bevve il brandy e allungò il braccio per afferrare la bottiglia che aveva appoggiato sul tavolino accanto.
"Dowd non mi piace," disse lei all'improvviso. "E non mi ispira fiducia."
Oscar alzò lo sguardo dal bicchiere. "Questo si chiama intuito," aggiunse. "Vuoi dell'altro brandy?" Lei gli porse il bicchiere e Oscar le versò un bel po' di liquore. "Sono d'accordo con te," continuò, "È un uomo pericoloso per tante ragioni."
"Non te ne puoi liberare?"
"Sa troppe cose, temo. Sarebbe molto più pericoloso se lavorasse altrove."
"Ha qualcosa a che vedere con gli omicidi di cui hanno parlato in televisione? Proprio oggi, ho sentito la notizia..."
Oscar sviò la domanda. "Non è necessario che tu sappia di queste storie, mia cara," la interruppe.
"Ma se tu fossi in pericolo..."
"No. Non sono in pericolo. Stai tranquilla, davvero."
"Quindi sai tutto?"
"Sì," rispose Oscar con enfasi. "So qualcosa. E anche Dowd sa qualcosa, anzi, sa più di quanto sappiamo io e te messi insieme."
Judith cominciò a riflettere. Dowd era a conoscenza dell'esistenza della prigioniera dietro il muro, per esempio, oppure quel segreto era ancora tutto interamente suo? Se era così, allora forse sarebbe stato saggio, da parte sua, tenerlo per sé. Se i giocatori di quella partita avevano delle informazioni a lei ignote, allora rivelare quella storia a Oscar avrebbe potuto significare un indebolimento della sua attuale posizione, forse addirittura una minaccia per la sua vita. Una parte della sua natura, quella che non era soggetta alle lusinghe del lusso o al bisogno di amore, rimaneva dietro quel muro con la donna che aveva svegliato. L'avrebbe lasciata lì, al sicuro, nell'oscurità. Tutto il resto, qualsiasi altra cosa di cui fosse a conoscenza, l'avrebbe detto a Oscar.
"Non sei l'unico che può passare dall'altra parte," disse. "Un mio amico ci è andato."
"Davvero?" chiese Oscar. "Chi?"
"Si chiama Gentle. Il suo vero nome è Zacharias. John Furie Zacharias. Charlie lo conosceva un po'."
"Charlie..." Oscar scosse il capo "Povero Charlie." Poi soggiunse: "Raccontami di Gentle."
"Non è semplice," disse. "Quando lasciai Charlie lui divenne molto vendicativo. Assunse qualcuno per uccidermi..."
Continuò a raccontare a Oscar del tentativo di ucciderla a New York, del successivo intervento di Gentle e poi degli eventi accaduti intorno a Capodanno. Mentre riferiva i fatti, ebbe la netta impressione che Oscar conoscesse almeno una parte di quella storia, un sospetto che trovò conferma quando terminò di descrivere la partenza di Gentle per l'Imagica.
"Lo ha preso il mystif?" chiese Oscar. "Mio Dio, quello sì che è un rischio..."
"Che cos'è un mystif?" gli domandò lei.
"Una creatura veramente rara. Ne nasce solo uno per generazione nella tribù degli Eurhetemec. Hanno fama di amanti straordinari. Per quanto ne so, non hanno un'identità sessuale, ma possono assumerne una in funzione del desiderio del proprio partner."
"Questo rispecchia l'idea del paradiso che ha Gentle."
"Se sai che cosa vuoi," replicò Oscar. "Altrimenti, oserei dire che potrebbe dare adito a una certa confusione."
Judith rise e aggiunse: "Lui sa benissimo quello che vuole, credimi."
"Parli per esperienza?"
"Amara esperienza."
"Potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba, per così dire, mettendosi insieme a un mystif. Il mio amico di Yzordderrex, Peccable, per un certo periodo di tempo ha avuto un'amante che era stata una di quelle signore. Aveva tenuto una casa raffinata a Patashoqua e lei e io andavamo d'amore e d'accordo. Mi ripeteva che dovevo diventare un trafficante di bianche e che dovevo portarle delle ragazze dal Quinto per avviare un nuovo giro d'affari a Yzordderrex. Era convinta che avremmo fatto fortuna." Fece una pausa: sembrava che avesse perso il filo del discorso. Poi però riprese: "Comunque, una volta mi confessò che, per un certo periodo di tempo, aveva assunto nel suo bordello un mystif che le aveva provocato un'infinità di guai. Era quasi arrivata al punto di dover chiudere per la pessima fama che le aveva procurato. Penseresti che una creatura come quella avrebbe potuto rivelarsi una puttana ideale, non è vero? Evidentemente, però, i clienti non volevano che tutti i loro desideri si trasformassero in realtà." Mentre parlava e la osservava, un sorriso gli aleggiava sulle labbra. "Non so immaginarne il motivo."
"Forse avevano paura di quel che erano."
"Lo consideri un comportamento così strano?"
"Sì, naturalmente. Si è quel che si è."
"È una filosofia piuttosto difficile da accettare."
"Non è più difficile di quanto non sia fuggirla."
"Oh, non lo so. Ultimamente ho pensato spesso di fuggire. Sparire per sempre."
"Davvero?" esclamò Judith, cercando di soffocare qualsiasi segno di agitazione dentro di lei. "Perché?"
"Ci sono troppi uccelli che tornano al nido per posarsi."
"E tu ti sei posato?"
"Tentenno. L'Inghilterra è così piacevole in primavera. E poi mi manca il cricket durante i mesi estivi."
"Ma il cricket si gioca ovunque, non è vero?"
"Non a Yzordderrex."
"Andresti là per sempre?"
"Perché no? Nessuno mi troverebbe, perché nessuno saprebbe dove sono andato."
"Io sì."
"Allora forse dovrei portarti con me," aggiunse, saggiando il terreno, come se le stesse facendo una proposta in tutta serietà e temesse di sentirsi opporre un rifiuto. "Riusciresti a sopportare l'idea?" continuò. "L'idea di lasciare il Quinto, intendo."
"Sì, potrei sopportarla."
Oscar fece una pausa. Poi: "Penso sia giunto il momento di mostrarti qualcuno dei miei tesori," disse, alzandosi dalla sedia. "Vieni."
Judith aveva intuito da alcune osservazioni indirette di Dowd che nella stanza chiusa a chiave era conservata una specie di collezione, ma quando Oscar aprì quella porta e la precedette all'interno, rimase stupita dalla natura di quegli oggetti.
"Tutti questi pezzi vengono dai Domini," le spiegò "E io li ho portati qui personalmente."
La scortò lungo tutta la stanza, fornendole di tanto in tanto una breve spiegazione su alcuni tra gli oggetti più strani e presentandogliene altri, piccoli e nascosti, che altrimenti le sarebbero passati inosservati. Della prima categoria facevano parte, fra l'altro, l'Enciclopedia dei segni celesti di Boston Bowl e Gaud Maybellome; della seconda, un braccialetto di coleotteri catturati e infilzati mentre si accoppiavano uno dietro l'altro formando come la ghirlanda di una margherita: quattordici generazioni, spiegò, il maschio che penetra la femmina e la femmina, a sua volta, divora il maschio che ha davanti; il cerchio si chiude con la femmina più giovane e il maschio più anziano, che, a forza di acrobazie suicide, si ritrovano a faccia a faccia.
Judith aveva parecchie domande, naturalmente, e a Oscar piaceva fare la parte dell'insegnante. A molte delle sue curiosità, però, non seppe dare risposta. Come, per esempio, a quella sui razziatori dell'impero, dai quali lui stesso discendeva: aveva messo insieme la collezione con eguale dispendio di energie, gusto e ignoranza.
Quando parlava di quei manufatti, anche di quelli di cui non conosceva la funzione, si notava, nel suo tono, un fervore commosso, come se anche il più piccolo dettaglio del più minuto dei pezzi gli fosse familiare.
"Alcuni oggetti li hai dati a Charlie, vero?" gli chiese Jude.
"Qualcosa, una volta ogni tanto. Li hai visti?"
"Sì, certo," rispose lei, resistendo a stento al brandy che tentava di scioglierle la lingua e la spingeva a raccontare il sogno dell'occhio blu.
"Se le cose fossero andate diversamente," aggiunse Oscar, "CharHe avrebbe potuto visitare i Domini. Dovevo fargli dare un'occhiata."
"Fargli assaggiare il miracolo," citò Jude.
"Esatto. Ma sono sicuro che nei confronti dei Domini avesse un atteggiamento ambiguo."
"Così era Charlie."
"Vero, verissimo. Era troppo inglese, e la cosa non gli faceva bene. Non ha mai avuto il coraggio dei propri sentimenti, eccetto per quanto riguardava te. E chi può biasimarlo?"
Judith sollevò lo sguardo dal ciondolo che stava studiando e scoprì di essere lei stessa oggetto di studio: lo sguardo di Oscar era inequivocabile.
"È un problema di famiglia," aggiunse lui, "Quando si tratta di... di affari di cuore."
Un'espressione di sconforto attraversò il suo viso mentre le faceva questa confessione, e si portò la mano alle costole. "Ti lascio, se vuoi dare un'occhiata da sola," disse. "Non c'è niente qui dentro che sia davvero pericoloso."
"Grazie."
"Ricordati di chiudere la porta a chiave, quando esci."
"Naturalmente."
Lo osservò mentre lasciava la stanza, incapace di dire qualcosa per trattenerlo e provando un senso di abbandono. Lo sentì andare in camera sua, in fondo al corridoio sullo stesso piano, e chiudere la porta dietro di sé. Poi riportò la sua attenzione sui tesori posti sugli scaffali. Ma non riusciva a concentrarsi. Desiderava toccare ed essere toccata da qualcosa di più caldo di quelle reliquie. Dopo qualche momento di esitazione, lasciò i tesori alla loro oscurità e chiuse la porta dietro di sé. Aveva deciso di andare in camera di Oscar per ridargli la chiave. Se le sue parole di ammirazione non erano solo una semplice lusinga, se aveva in mente di andare a letto con lei, l'avrebbe capito subito. E se l'avesse rifiutata, be', almeno si sarebbe posto fine al supplizio di tutti quei dubbi.
Bussò. Non ottenne risposta. La luce filtrava attraverso la porta e perciò bussò di nuovo, girò la maniglia e, chiamandolo sottovoce, entrò. La lampada accanto al comodino era accesa e illuminava il ritratto di un avo, appeso sopra il mobile. Dalla cornice dorata, un individuo severo e terreo guardava in basso verso il letto vuoto. Judith sentì il fruscio dell'acqua corrente provenire dal bagno adiacente e attraversò la stanza, cercando di imprimersi nella memoria quanti più dettagli poteva di quella che era la stanza privata di Oscar. La morbidezza dei cuscini e la biancheria di lino; la bottiglia di cristallo piena di liquore e il bicchiere accanto al letto; le sigarette e un portacenere su una pila di carte accatastate. Senza annunciarsi, Judith aprì la porta del bagno. Oscar sedeva sul bordo della vasca in boxer, e si tamponava con una garza una ferita non del tutto rimarginata che aveva sul fianco. L'acqua caldissima gli correva sull'addome villoso. Sentendo arrivare la donna, Oscar alzò gli occhi. Il suo viso esprimeva dolore. Lei non cercò di trovare una scusa per giustificare la propria presenza, né lui la richiese. Disse semplicemente: "È stato Charlie."
"Dovresti andare dal dottore."
"Non mi fido dei dottori. E poi, sta già guarendo." Gettò la garza nel lavandino. "E tua abitudine girare per i bagni senza avvertire?" soggiunse. "Avresti potuto imbatterti in qualcosa di meno..."
"Venereo?" lo interruppe lei.
"Non prendermi in giro," riprese Oscar. "Sono un seduttore poco abile, lo riconosco. Conseguenza di tutti questi anni in cui mi sono sempre e solo comprato la compagnia."
"Saresti più tranquillo se potessi comprare anche me?" chiese Judith.
"Mio Dio," replicò Oscar con lo sguardo sgomento. "Per chi mi hai preso?"
"Per un amante," affermò semplicemente Jude. "Il mio amante?"
"Mi domando se sai quello che stai dicendo."
"Quello che non so, lo imparerò," dichiarò lei. "Mi sono sempre nascosta dietro me stessa, Oscar. Ho sempre allontanato tutto dalla mente, per non provare nulla. Ma ora sento tante cose e voglio che tu lo sappia."
"Lo so. Più di quanto tu possa immaginare, lo so. E ho paura, Judith."
"Non c'è nulla di cui aver paura," aggiunse lei, incredula nel sentire se stessa rivolgere queste parole rassicuranti a un uomo più anziano e, molto probabilmente, anche più forte, più saggio. Allungò il braccio e pose il palmo della mano sul suo petto massiccio. Oscar si piegò per baciarla, tenendo la bocca serrata fino a quando le sue labbra non incontrarono quelle di lei, che erano già dischiuse. Con una mano l'uomo l'abbracciò, con l'altra le sfiorò il seno, mentre un mormorio di piacere usciva dalle loro bocche. Poi la mano scese verso l'inguine, vi si soffermò un attimo per andare poi a sollevare la gonna, quindi risalì. Le sue dita scoprirono che era bagnata, ed era bagnata fin da quando era entrata nella stanza dei tesori, poi Oscar spinse tutta la mano nell'incavo caldo delle sue mutandine, premendo il palmo contro il sesso di lei, mentre il suo lungo dito medio cercava le natiche, e ne coglieva dolcemente le contrazioni con l'unghia.
"A letto," bisbigliò Judith.
Oscar non voleva lasciarla andare. Uscirono dal bagno in modo goffo, lui che la spingeva all'indietro fino a quando le cosce di Judith non toccarono il bordo del letto. Judith si sedette e, afferrato l'orlo dei boxer macchiati del sangue di Oscar, cominciò a sfilarglieli, mentre si chinava a baciargli il ventre. In un improvviso attacco di timidezza, Oscar cercò di fermarla, ma Judith continuò a scendere fino a quando non scorse il suo pene. Era davvero curioso. Solo un po' gonfio, era stato privato del prepuzio e ciò lo rendeva stranamente tondeggiante, mentre la testa color carminio sembrava più infiammata della ferita nella sua parte già cicatrizzata. Il resto era di gran lunga più sottile e chiaro, e le vene che portavano il sangue al glande si intrecciavano lungo tutta l'asta. Forse era quella sproporzione a metterlo in imbarazzo, e per manifestargli il proprio piacere, Judith pose le labbra sulla testa del pene. La mano che prima aveva tentato di fermarla non si mosse. Lo sentì emettere un lieve gemito e, sollevando lo sguardo, incontrò i suoi occhi che esprimevano qualcosa di molto simile al timore. Judith lasciò scivolare le dita tra i testicoli e il membro, fece salire quell'affare curioso fino alle labbra e lo prese in bocca, mentre si slacciava la camicetta. Ma il membro aveva appena cominciato a diventare duro nella bocca di Judith, che Oscar lo ritrasse mormorando un rifiuto, fece un passo indietro e si tirò su i boxer.
"Perché lo fai?" le chiese.
"Perché mi piace," rispose Judith.
Judith notò che Oscar era davvero agitato; scuoteva la testa e si copriva il gonfiore sotto le mutande in un nuovo impeto di timidezza.
"Cosa significa?" le chiese. "Non sei obbligata a farlo, lo sai."
"Lo so."
"Allora...?" continuò, con una certa perplessità nel tono della voce. "Non voglio usarti."
"Non te lo permetterei."
"Forse non te ne accorgeresti."
Quest'ultima osservazione la fece infuriare. Da tempo non provava tanta rabbia. Si alzò.
"So quello che voglio," affermò, "ma non ho intenzione di pregare per ottenerlo."
"Non è questo che intendevo dire."
"Allora che cosa intendevi dire?"
"Che anch'io ti desidero."
"E allora fai qualcosa," esclamò Jude.
Sembrava che la rabbia di Judith lo eccitasse, tanto che Oscar fece un passo verso di lei, pronunciando il suo nome in un tono accorato. "Vorrei spogliarti," disse. "Ti spiace?"
"No."
"Non voglio che tu faccia nulla..."
"E io non lo farò."
"...eccetto che sdraiarti."
Judith si coricò. Oscar spense la luce del bagno e si avvicinò al bordo del letto e l'osservò. Il suo membro eccitato era ingigantito dalla luce della lampada, che ne proiettava l'ombra sul soffitto. La grossezza non era mai sembrata a Judith una qualità importante, fino a quel momento, ma ora, in lui, la trovava terribilmente eccitante: era la prova dell'intensità della sua esuberanza e dei suoi appetiti. Aveva di fronte un uomo che non avrebbe potuto essere racchiuso in un solo mondo, in un solo tipo di esperienza, e che in quel momento era lì davanti a lei, in ginocchio come uno schiavo, con l'espressione del tormento sul volto.
Con tenerezza infinita Oscar iniziò a spogliarla. Judith aveva già avuto a che fare con dei feticisti per i quali lei non era una persona, ma solo un gancio cui appendere alcuni oggetti particolari da adorare. Se c'era davvero qualcosa del genere nella mente di quell'uomo, era rivolto a tutto il corpo che stava scoprendo, procedendo con un ordine e una cura tali che sembravano suscitare in lui uno stato di eccitazione febbrile. Le sfilò le mutandine e finì di sbottonarle la camicetta, senza togliergliela. Poi fece uscire i seni dal reggiseno in modo che fossero pronti per il gioco, ma non vi giocò. Passò invece alle scarpe, gliele tolse e le pose accanto al letto prima di sollevarle la gonna per vederle il sesso. A questo punto i suoi occhi luccicarono; Oscar fece scivolare le dita sulle cosce, verso la piega dell'inguine, poi le ritrasse. Per tutto il tempo non la guardò mai in viso. Judith, invece, lo osservava, godendo dell'ardore e della venerazione che le tributava. Infine, premiò la propria diligenza concedendosi di baciarla. Prima sui polpacci, poi sull'inguine e sul seno, poi tornando alle cosce e su, verso il luogo che fino a quel momento gli era stato interdetto. Judith era pronta per il piacere e lui glielo diede, accarezzandole il seno mentre la leccava. La donna chiuse gli occhi, mentre lui le schiudeva le grandi labbra, eccitandosi a ogni goccia di umore che le scendeva lungo le gambe. Quando si rialzò per finire di spogliarla, prima la gonna, poi la camicetta e infine il reggiseno, si accorse che Judith aveva il viso in fiamme e il respiro affannoso. Gettò i vestiti sul pavimento e si alzò in piedi prendendole le ginocchia, alzandole e riabbassandole, allargandole a suo piacere e tenendola così, completamente esposta ai suoi occhi.
"Toccati," le sussurrò, tenendola forte.
Judith si mise le mani tra le gambe e diede inizio allo spettacolo. L'uomo l'aveva già leccata tutta, ma le dita di lei andarono più a fondo della lingua di Oscar, preparandola a ricevere il suo membro prodigioso. Oscar osservava con avidità e ogni tanto spostava lo sguardo al suo viso e tornando poi allo spettacolo più in basso. Ogni traccia di esitazione era scomparsa. Ora la incoraggiava dicendole frasi di ammirazione, chiamandola con infiniti nomignoli, mentre i suoi boxer tesi provavano - come sé Judith ne potesse dubitare - la sua eccitazione. La donna cominciò a inarcare la schiena per andare incontro alle dita che si spingevano dentro la vagina; Oscar le teneva le ginocchia saldamente, mentre lei ondeggiava, allargandole quanto più poteva le gambe. L'uomo si portò la mano destra alla bocca, si leccò il medio e lo fece scivolare verso le increspature dell'altra apertura di Judith sfregando delicatamente.
"Vuoi baciarmi tu, adesso?" le chiese. "Solo un po'?"
"Fammelo vedere," disse lei.
Oscar si allontanò per sfilarsi le mutande. Il prodigio era in piena erezione, vigoroso. Judith si mise seduta e prese il membro fra le labbra. Con una mano lo teneva alla base pulsante, mentre con l'altra continuava a tormentarsi amorevolmente la vagina. Judith non riusciva mai a indovinare il momento in cui il latte bollente traboccava, perciò allontanò il membro di Oscar dal calore della propria bocca per farlo raffreddare un poco, e sollevò lo sguardo. Ma forse fu il fatto di toglierselo di bocca, o forse fu quello sguardo, certo è che Oscar sbottò: "Dannazione!" gridò. "Dannazione!" ripeté e fece un passo indietro portandosi la mano sul membro stringendolo alla base per impedirsi di eiaculare.
Sembrava ci riuscisse, quando due spruzzi improvvisi fuoriuscirono dal glande, I testicoli rilasciarono il loro succo, che si riversò fuori in grande abbondanza. Oscar gemette mentre veniva: più per un rimprovero a se stesso che per piacere, pensò Judith, e ne ebbe la prova quando, dopo aver vuotato il sacco sul pavimento, l'uomo borbottò: "Mi dispiace... scusa... mi dispiace."
"Di che cosa?" gli rispose lei, alzandosi per baciarlo, mentre Oscar continuava a scusarsi.
"Non lo facevo da tanto," disse. "Che bamboccio!"
Judith rimase in silenzio, sapendo che qualsiasi cosa avesse detto avrebbe causato soltanto nuova autocommiserazione. Oscar sparì in bagno in cerca di un asciugamano. Quando ritornò, Judith stava raccogliendo i propri vestiti.
"Te ne vai?" chiese Oscar.
"Vado in camera mia."
"Devi per forza?" soggiunse Oscar. "So di non aver fatto una gran bella figura, ma... il letto è abbastanza grande per entrambi. E poi io non russo."
"Il letto è enorme."
"Allora... rimani?" le domandò.
"Mi piacerebbe."
Oscar le sorrise di tutto cuore. "Ne sarei onorato," disse. "Mi scuseresti solo un minuto?"
Tornò in bagno, accese la luce e sparì all'interno, richiudendo dietro di sé la porta e lasciando Judith sul letto a pensare a quanto era accaduto. La singolarità degli ultimi eventi le sembrava la giusta continuazione di un viaggio che era iniziato con un atto di amore mal riposto, un amore che era diventato omicidio. Ora c'era un nuovo quadro. Si trovava nel letto di un uomo il cui corpo era ben lungi dall'essere bello, di cui desiderava sentire il peso sopra di sé, le cui mani erano capaci di commettere un fratricidio, ma che l'aveva eccitata come nessuno mai prima di lui; un uomo che aveva percorso più mondi di un poeta ebbro di oppio, ma che non sapeva parlare d'amore senza balbettare; un uomo che era un titano e al tempo stesso un codardo. Si scavò una nicchia tra i cuscini di piuma d'oca gualciti, aspettando che tornasse per raccontarle una storia d'amore. Oscar ricomparve dopo un bel po' e scivolò sotto le lenzuola accanto a lei. Realizzando il sogno inconfessato di lei, le disse che l'amava, ma soltanto dopo aver spento la luce, cosa che impedì a Judith di studiare l'espressione dei suoi occhi.
Judith cadde in un sonno profondo e quando si svegliò era come se continuasse a dormire, al buio e piacevolmente. Al buio perché le tende erano ancora tirate e attraverso le fessure riusciva a vedere che non era ancora giorno; piacevolmente perché Oscar era dietro di lei e dentro di lei. Con una mano le toccava il seno, mentre con l'altra le sollevava la gamba in modo da facilitare la progressione del membro. L'aveva penetrata con abilità e discrezione, pensò Judith. Non solo non l'aveva mossa finché non era stato ben dentro di lei, ma aveva scelto il passaggio ancora vergine, pur se Judith - lui aveva suggerito l'idea quando lei era ancora sveglia - aveva cercato di convincerlo a lasciar perdere per paura del dolore. In verità non c'era dolore, solo una sensazione che non aveva mai provato prima. Lui la baciò sul collo e sulla spalla: baci leggeri, come se non sapesse che era già sveglia. Lei glielo fece capire con un sospiro. Le sue carezze rallentarono e poi si fermarono, ma Judith premette le natiche contro il suo sesso, accogliendo dentro di sé quel membro portentoso per tutta la lunghezza che ancora restava, ovvero quasi nulla. Era felice di prenderlo completamente dentro di sé, di stringere la sua mano forte contro il seno per indurla a muoversi con più forza, mentre portava l'altra sul punto che li univa nell'amplesso. Oscar si era sentito in dovere di infilarsi un preservativo, e ciò gli permise, assieme al fatto che era già venuto una volta quella notte, di essere un amante pressoché perfetto: calmo e sicuro.
Non sfruttò il buio per immaginarselo diverso da quello che era. L'uomo che premeva il viso tra i suoi capelli e le mordicchiava la spalla non era come il mystif che le aveva descritto un riflesso di ideali immaginari. Era Oscar Godolphin, ventre, membro e tutto. Ciò che cercava di ricreare era se stessa, diventata nella sua mente un arabesco di sensazioni: una linea che si dipartiva dal subbuglio delle sue viscere trafitte, su attraverso l'addome fino alle punte del suo seno, e poi attorno alla nuca, dove si incrociava e si avvolgeva in spirale alla base del suo cranio. La sua immaginazione andò oltre, delineando attorno a quella figurazione un cerchio che ardeva nell'oscurità delle sue palpebre come una visione. Il suo rapimento era completo: era diventata un'astrazione nelle sue braccia, un'astrazione che pure godeva al pari della carne. Non esisteva piacere maggiore. Oscar le chiese di spostarsi, sussurrando solo, come spiegazione: "La ferita..."
Judith si mise a quattro zampe e Oscar uscì per un secondo tormentoso mentre lei si spostava; poi la penetrò di nuovo. Il ritmo divenne subito più incalzante, le dita di lui sprofondate nella vagina, la sua voce nella testa, entrambe in estasi. L'arabesco si incendiò nella sua mente, in fiamme da un capo all'altro. Judith gridò, dapprima soltanto sì, sì, poi pronunciando richieste precise, esortandolo a nuovi giochi. L'arabesco divenne accecante, bruciava ogni pensiero facendole dimenticare dove fosse o chi fosse: tutti i ricordi di amplessi del passato sfociavano in quella eternità.
Non si accorse dell'orgasmo di Oscar fin quando non lo sentì ritrarsi e allora lo seguì cercando di trattenerlo ancora un poco. Lui rimase. Judith godette la sensazione del suo decrescere dentro di lei e, infine, del suo fuoriuscire. I muscoli tesi lasciarono andare il prigioniero con riluttanza. Oscar ruotò sul letto accanto a lei e allungò la mano per accendere la lampada. La luce non era così forte da accecare, ma pur sempre troppo chiara, e Judith stava per protestare quando si accorse che Oscar si tastava la ferita. Il loro amplesso l'aveva riaperta. Il sangue scorreva in due direzioni, verso il pene ancora intrappolato nel preservativo e lungo il fianco, sulle lenzuola.
"È tutto a posto," la rassicurò Oscar, vedendola alzarsi. "Sembra peggio di quello che in effetti è."
"C'è bisogno di qualcosa per tamponare l'emorragia," disse Judith.
"È il buon vecchio sangue dei Godolphin," disse lui, sussultando e ridendo nervosamente allo stesso tempo. Il suo sguardo si spostò da lei al ritratto sopra il letto. "È sempre fluito liberamente," aggiunse.
"Non sembra approvarci," gli rispose Jude.
"Al contrario," replicò Oscar. "So per certo che ti adorerebbe. Joshua conosceva il valore della devozione."
Judith riportò lo sguardo sulla ferita. Il sangue gli si insinuava ora tra le dita.
"Non vuoi che ti metta una garza?" gli disse. "Mi fa star male vederti così."
"Per te... tutto."
"Non hai niente per medicarla?"
"Forse Dowd ha qualcosa, ma non voglio che sappia nulla di quello che c'è tra noi, almeno per adesso. Teniamolo come un segreto."
"Tuo, mio e di Joshua," gli fece eco Judith.
"Anche Joshua non sa fino a che punto ci siamo spinti," replicò Oscar con chiara ironia nella voce. "Perché credi che abbia spento la luce?"
Dato che non c'erano bende, Judith si alzò e andò in bagno a prendere una salvietta pulita. Nel frattempo, Oscar le parlava attraverso la porta aperta: "Dicevo davvero, sai?" le disse.
"Che cosa?"
"Che farei tutto per te. Almeno tutto ciò che è in mio potere, che posso fare e che posso dare. Voglio che tu rimanga con me, Judith. Io non sono un adone, lo so. Ma ho imparato molto da Joshua... sulla devozione, intendo." Judith uscì dal bagno con la salvietta, per sentirsi rinnovare la stessa offerta. "Qualsiasi cosa."
"E molto generoso."
"E il piacere di dare," le rispose.
"Penso che tu sappia quel che desidero di più."
Oscar scosse la testa. "Non sono bravo a risolvere gli indovinelli. Conosco solo il cricket. Dimmelo."
Judith sedette sul bordo del letto e allontanò dolcemente la sua mano dalla ferita, pulendo il sangue che si era raggrumato tra le dita.
"Dimmelo," ripeté lui.
"Va bene," rispose Judith. "Voglio che tu mi porti fuori da questo Dominio. Voglio andare a Yzordderrex."
25
I
Ventidue giorni dopo essere riemersi dalle lande ghiacciate dello Jokalaylau ed essere giunti nei climi più miti del Terzo Dominio - giorni in cui la buona sorte arrise a Pie e Gentle, che vagabondavano nei diversi territori del Terzo - i due girovaghi si trovavano sul binario di una stazione alla periferia della cittadina di Mai-Ké in attesa del treno che una volta alla settimana passava di lì, provenendo dalla città di Iahmandhas, situata a nord-est, e proseguiva per L'Himby a sud. Ci avrebbero messo mezza giornata.
Non vedevano l'ora di partire. Di tutte le città e villaggi che avevano visitato nelle tre settimane precedenti, Mai-Ké era il posto meno accogliente. Una ragione c'era: la città era assediata dai due soli del Dominio e la pioggia, che regalava a quella regione i suoi raccolti, non si faceva vedere da sei anni. Le terrazze e i campi che avrebbero dovuto essere ricoperti di germogli erano ridotti a distese di polvere, le riserve accantonate pensando a quell'eventualità erano ormai esaurite. La carestia era alle porte e il villaggio non era dell'umore adatto per intrattenere gli stranieri. La notte precedente, l'intera popolazione si era riversata nelle strade sudice per pregare in coro. Le sue lamentazioni erano guidate dai sacerdoti. Il frastuono tanto stridente, osservò Gentle, che avrebbe irritato anche le divinità meglio disposte, continuò fino alle prime luci del giorno, rendendo impossibile a chiunque addormentarsi. Di conseguenza, il dialogo tra Pie e Gentle, quella mattina, era piuttosto teso.
Non erano gli unici viaggiatori in attesa di quel treno. Un contadino di Mai-Ké aveva condotto sul marciapiede un intero gregge e alcune delle sue pecore erano così emaciate che non si capiva come riuscissero a stare in piedi. Gli animali, per di più, erano avvolti da nugoli del flagello locale: un insetto chiamato zarzi, che aveva l'apertura alare di una libellula e il corpo grasso e peloso di un'ape. Si nutriva delle zecche delle pecore, non riuscendo a trovare qualcosa di più appetitoso. Il sangue di Gentle apparteneva a quest'ultima categoria, e il lamento pigro dello zarzi era diventato un rumore fìsso nelle sue orecchie mentre aspettava il treno nella calura meridiana. Il loro informatore a Mai-Ké, una donna di nome Banty, aveva detto che il treno sarebbe stato in orario, ma aveva già accumulato un consistente ritardo, e questo non deponeva a favore degli altri cento consigli dati ai due uomini la sera prima.
Schiacciando zarzi a destra e a manca, Gentle emerse dall'ombra della pensilina per dare un'occhiata al binario. La strada ferrata correva dritta all'infinito, per chilometri totalmente deserti. Sulle rotaie, a pochi metri da dove si trovava Gentle, ratti di una specie cancrenosa chiamati graveolenti, andavano avanti e indietro, raccogliendo fili d'erba secchi per le tane che si stavano costruendo tra le rotaie e la ghiaia. La loro operosità non faceva altro che irritare ulteriormente Gentle.
"Rimarremo bloccati qui per sempre," disse a Pie, accovacciato sul marciapiede e intento a incidere una pietra con un sasso appuntito. "Questa è la vendetta della Banty su una coppia di hoopreo."
Aveva sentito sussurrare questo termine in loro presenza migliaia di volte. Significava qualcosa tra straniero esotico e lebbroso ripugnante, a seconda dell'espressione del viso di chi parlava. Gli abitanti di Mai-Ké erano proprio cafoni, e quando usavano quella parola in presenza di Gentle era ben diffìcile avere dei dubbi su che cosa intendessero.
"Arriverà," disse Pie. "Non siamo i soli ad aspettarlo."
Altri due gruppi di viaggiatori erano comparsi sul marciapiede negli ultimi minuti: una famiglia di Mai-Kéani, tre generazioni che avevano portato alla stazione valigie contenenti tutto ciò che possedevano; e tre donne che indossavano ampi abiti lunghi e avevano il capo rasato e coperto da un copricapo bianco: suore del Goetic Kicaranki, un ordine disprezzato a Mai-Ké al pari di qualsiasi grasso hoopreo.
Gentle si sentì sollevato dall'apparizione di questi compagni di viaggio, anche se le rotaie erano ancora vuote e i graveolenti, che sicuramente sarebbero stati i primi a percepire la più piccola vibrazione dei binari, continuavano imperturbabili a costruire le loro tane. Il solo guardarli lavorare tanto alacremente lo stancava, per cui passò a concentrare la propria attenzione sui graffiti di Pie.
"Che cosa stai facendo?"
"Sto cercando di capire da quanto tempo siamo qui."
"Due giorni a Mai-Ké, un giorno e mezzo sulla strada per Attaboy..."
"No, no," disse il mystif. "Sto cercando di calcolarlo in giorni terrestri. Dal primo giorno che siamo arrivati nei Domini."
"Lo abbiamo già fatto in montagna e non abbiamo concluso nulla".
"Perché avevamo i cervelli completamente congelati."
"E ora, invece? Ci sei riuscito?"
"Dammi un po' di tempo."
"Ne abbiamo da buttare," rispose Gentle, riportando lo sguardo alle stramberie dei graveolenti. "Queste piccole canaglie avranno già dei nipoti quando arriverà il treno."
Il mystif continuò con i suoi calcoli, lasciando che Gentle tornasse al relativo comfort della sala d'attesa che, a giudicare dagli escrementi di pecora sul pavimento, doveva essere servita recentemente come ovile per intere greggi. Gli zarzi lo seguivano sibilando e ronzandogli intorno alle sopracciglia. Estrasse dalla giacca sformata, che aveva comprato con il denaro vinto da lui e Pie giocando d'azzardo ad Attaboy, una copia stropicciata di Fanny Hill - l'unico volume in inglese, oltre al Pilgrim's Progress, che era riuscito a trovare - e se ne servì per scacciare gli insetti. Ma smise subito. O gli insetti s'erano stancati di lui, oppure era diventato immune ai loro attacchi. Saperlo non gli importava molto.
Si appoggiò al muro ricoperto di graffiti e sbadigliò. Era annoiato. Annoiato di tutto e di tutti! Se, quando erano arrivati per la prima volta a Vanaeph, Pie gli avesse detto che poche settimane più tardi avrebbe trovato noiose le meraviglie dei Domini Riconciliati, Gentle avrebbe riso. Con il cielo verde-oro sopra di sé e le guglie di Patashoqua che luccicavano in lontananza, l'avventura sembrava infinita. Ma quando giunsero a Beatrix - le cui gloriose memorie non erano state del tutto cancellate dalle immagini della sua rovina - pensò di essere un viaggiatore qualunque in un paese straniero, pronto a ogni tipo di rivelazione, ma persuaso che la natura dei bipedi curiosi e dotati di coscienza costituisse una costante sotto tutti i cieli. Avevano visto davvero molte cose negli ultimi giorni, ma niente che non avrebbe potuto immaginare rimanendo a casa a ubriacarsi come si deve.
Sì, era stato meraviglioso, ma quante ore di sconforto, anche, di noia e di banalità! Sulla via per Mai-Ké, per esempio, erano stati invitati a sostare in un gruppo di casolati senza nome per partecipare a una festa popolare: l'annegamento annuale di un asino. Era stato detto loro che le origini di questo rito erano avvolte da un mistero favoloso. Rifiutato l'invito, Gentle aveva osservato che quello sicuramente costituiva il punto più basso del loro viaggio. Avevano continuato per la loro strada su un carro il cui conducente li aveva informati che il veicolo era stato usato dalla sua famiglia per sei generazioni per trasportare il letame. Aveva proseguito raccontando, e partendo da molto lontano, la storia del nemico più antico della sua famiglia, il pensanu, o gallo della merda, una bestia che con un solo stronzetto poteva rendere immangiabile l'intero carico di letame. Non avevano chiesto all'uomo chi mai in quella regione mangiasse letame, ma in seguito avevano tenuto costantemente d'occhio la preparazione dei loro piatti.
Mentre si sedeva e faceva rotolare le pallottoline indurite di stereo di pecora sotto i tacchi, Gentle concentrò i pensieri su uno dei punti più alti del suo viaggio attraverso il Terzo: la città di Effatoi, che lui aveva ribattezzato Attaboy. Non era molto grande - più o meno come Amsterdam, forse, di cui possedeva lo stesso fascino -, ma rappresentava il paradiso dei giocatori d'azzardo e attirava da tutto il Dominio le anime amanti del rischio. Era lì che si poteva giocare a qualunque gioco conosciuto in Imagica. Se qualcuno nei casinò o nelle bische non godeva di molto credito, poteva sempre trovare un disperato pronto a scommettere sul colore della sua prossima pisciata.
Lavorando in coppia con quella che certamente si sarebbe potuta chiamare efficienza telepatica, Gentle e il mystif fecero una piccola fortuna in città in almeno otto valute diverse e raggranellarono denaro sufficiente per potersi comprare vestiti, cibo e i biglietti ferroviari per Yzordderrex.
Non era stato soltanto per il facile guadagno che Gentle si convinse a piantare le tende lì. C'era anche una specialità locale: un dolce di pasta di strudel con i semi di un incrocio tra la pesca e la melagrana ammorbiditi con il miele, che egli aveva preso l'abitudine di mangiare prima di iniziare il gioco per darsi forza, durante il gioco per calmare i nervi e dopo il gioco per festeggiare la vincita. Soltanto quando Pie gli ebbe dato ampie garanzie che avrebbero trovato lo stesso dolce anche altrove (e se così non fosse stato, avevano denaro sufficiente per pagare un pasticciere), Gentle si convinse a partire. L'Himby chiamava.
"Dobbiamo andare," aveva detto il mystif. "Scopique starà aspettando..."
"Lo dici come se stesse aspettando proprio noi," ribatté Gentle.
"Io sono sempre atteso," rispose Pie.
"Da quanto tempo manchi da L'Himby?"
"Almeno... duecentotrent'anni."
"Allora sarà morto."
"Non Scopique," disse Pie. "E importante che tu lo veda, Gentle. Specialmente ora che nell'aria ci sono così tanti cambiamenti."
"Se è questo che vuoi, allora lo farò," replicò Gentle. "Quanto dista L'Himby?"
"E a circa un giorno di viaggio, se prendiamo il treno."
Questa era la prima osservazione che Gentle aveva udito sulla strada ferrata che univa Iahmandhas e L'Himby: la città delle fornaci e la città dei templi.
"L'Himby ti piacerà," aveva detto Pie. "E un luogo di meditazione."
Riposati e rifocillati, avevano lasciato Attaboy l'indomani, seguendo il fiume Fefer per un giorno intero, poi, attraverso Happi e Omootajive, erano arrivati nella provincia di Ched Lo Ched, Il Posto fiorito (al momento senza l'ombra di un bocciolo) e infine, a Mai-Ké, stretta nella morsa della povertà e del puritanesimo.
Fuori, sul marciapiede, Gentle udì Pie dire: "Bene."
Lasciò l'appoggio del muro e uscì di nuovo al sole.
"Il treno?" chiese.
"No. I calcoli. Ho finito." Il mystif fissò lo sguardo sui segni del marciapiede. "È solo un'approssimazione, naturalmente, ma posso sbagliare di un giorno o due. Tre al massimo."
"Allora che giorno è?"
"Indovina."
"Il dieci marzo."
"Sbagliato," disse Pie. "Secondo questi calcoli - e tieni conto che si tratta solo di un'approssimazione - oggi è il diciassette maggio."
"Impossibile."
"È come ti dico."
"La primavera è quasi finita."
"Ti piacerebbe essere più indietro nel tempo?" chiese Pie.
Gentle ci pensò un po' su, poi concluse: "Non particolarmente. Vorrei soltanto che quel treno arrivasse in orario."
Si diresse verso il bordo del marciapiede e guardò lungo la linea.
"Nessun segno," disse Pie. "Avremmo fatto prima a dorso di doeki."
"Continui..."
"Continuo cosa?"
"A dire quello che ho sulla punta della lingua. Riesci a leggere i miei pensieri?"
"No," rispose Pie, cancellando i calcoli con la suola della scarpa.
"Allora, come abbiamo fatto a vincere così tanto a Attaboy?"
"Non hai bisogno che te lo dica io," replicò Pie.
"Non dirmi che è una cosa naturale," aggiunse Gentle. "In tutta la mia vita non ho mai vinto nulla e di colpo, insieme a te, non ne sbaglio più una. Non può essere solo una coincidenza. Dimmi la verità."
"Questa è la verità. Non hai bisogno di lezioni. Di ricordare, forse..." Pie sorrise lievemente.
"Questa è un'altra faccenda," continuò Gentle, agguantando uno zarzi mentre parlava. Con sua enorme sorpresa, riuscì a prenderlo. Aprì il palmo della mano. Gli aveva schiacciato l'addome, e la polpa blu delle sue interiora colava fuori dal corpo vivo. Disgustato, rovesciò il polso, facendo cadere il cadaverino sul marciapiede. Non stette ad analizzarne i resti, ma strappò una manciata di fili d'erba selvatica che spuntava tra le lastre del marciapiede per pulirsi il palmo della mano.
"Di che cosa stavamo parlando?" domandò. Pie non rispose, "Oh, sì... di cose che avevo dimenticato." Si guardò la mano pulita, "Pneuma," continuò, "Perché mai dovrei dimenticarmi di avere il potere dello pneuma?"
"Forse perché per te non era più così importante come prima..."
"Ne dubito."
"...oppure hai dimenticato perché volevi dimenticare."
L'orecchio di Gentle percepì qualcosa di strano nel modo in cui il mystif aveva pronunciato quelle parole di risposta; ciononostante insistette sull'argomento.
"Perché dovrei voler dimenticare?" disse.
Pie guardò lungo la linea ferroviaria. L'orizzonte era offuscato dalla polvere, ma si intravedevano anche squarci di cielo azzurro.
"Allora?" insistette Gentle.
"Forse perché ricordare fa troppo male," rispose Pie senza distogliere lo sguardo.
Quelle parole suonarono all'orecchio di Gentle ancora più sgradite di quelle precedenti. Ne afferrava il senso con difficoltà.
"Smettila," disse.
"Smetti che cosa?"
"Di parlare in quel dannato modo. Mi fa rivoltare lo stomaco".
"Io non sto facendo niente," replicò Pie. Il tono della sua voce era ancora distorto, ma adesso anche un po' più elusivo. "Fidati. Non faccio nulla."
"Allora parlami dello pneuma," continuò Gentle. "Voglio sapere come sono arrivato a possedere un potere come quello."
Pie cominciò a rispondere, ma dalla bocca gli uscirono parole tanto deformate e dal suono così raccapricciante che furono per Gentle come un pugno nello stomaco in piena digestione.
"Mio Dio!" esclamò Gentle premendosi l'addome nel vano tentativo di trattenere il vomito. "A qualunque gioco tu stia giocando..."
"Non sono io," protestò Pie. "Sei tu. Non vuoi ascoltare quello che sto per dirti."
"Certo che voglio," ribatté Gentle, mentre si asciugava i rivoli di sudore freddo intorno alla bocca. "Io voglio delle risposte. Voglio delle risposte chiare!"
Con un'espressione contratta sul viso, Pie riprese a parlare, ma subito una nuova ondata inarrestabile di nausea colpì Gentle. Il dolore allo stomaco lo fece piegare in due, ma, maledizione, non avrebbe chiesto al mystif di fermarsi. A questo punto si trattava di una questione di principio. Gentle studiò le labbra del compagno attraverso gli occhi socchiusi, ma dopo le prime parole il mystif si bloccò.
"Parla!" lo incitò Gentle, determinato a farsi ubbidire anche a costo di non capire il vero significato di quanto avrebbe udito. "Che cosa ho fatto per voler dimenticare a tutti i costi? Dimmelo!"
Il mystif riaprì la bocca per parlare, con una smorfia che esprimeva tutta la sua riluttanza. Le parole che pronunciò erano talmente confuse che Gentle riuscì ad afferrarne il senso solo in minima parte. Qualcosa sul potere. Qualcosa sulla morte.
Colto l'essenziale, Gentle distolse lo sguardo dalla fonte di quel borbottio escrementizio per cercare qualcosa che gli calmasse lo stomaco. Ma la scena intorno a lui sembrava essere un'accozzaglia di piccoli orrori: i graveolenti che continuavano imperterriti a costruire le loro schifose tane sotto le rotaie; la linea ferroviaria che si perdeva in una nuvola di polvere; lo zarzi morto stecchito ai suoi piedi, con la sacca dell'ovaio rotta e il contenuto sparso sulla pietra del marciapiede. Quest'ultima immagine, per disgustosa che fosse, gli fece pensare al cibo. Il pranzo al porto di Yzordderrex: pesce nel pesce nel pesce e il più piccolo pieno di uova. Era davvero troppo. Si spostò sul bordo del marciapiede e vomitò sul binario, lo stomaco in preda a continue contrazioni. Non aveva molto da rigettare, ma i conati persistevano e lo stomaco gli faceva tanto male che pianse lacrime di dolore. Alla fine, fece un passo indietro verso il marciapiede, rabbrividendo. Sentiva ancora nelle narici l'odore del proprio vomito, ma gli spasmi stavano rallentando. Con la coda dell'occhio vide Pie avvicinarsi.
"Non avvicinarti!" gli ordinò. "Non voglio che tu mi tocchi!"
Gentle voltò le spalle al vomito e alla sua causa e si ritirò nell'ombra della sala d'attesa, sedendosi sulla panchina di legno e appoggiando la testa alla parete. Chiuse gli occhi. Gradualmente il dolore si affievolì e finì con lo sparire, e allora i suoi pensieri ritornarono all'intento che stava dietro all'attacco di Pie. Negli ultimi mesi aveva interrogato spesso il mystif su quel potere: da dove veniva e, in particolare, in che modo lui, Gentle, ne era venuto in possesso. Le risposte di Pie erano sempre state molto vaghe, e Gentle non aveva mai avvertito l'urgenza di andare più a fondo nella questione. Forse era vero che, in fondo all'anima, non voleva sapere. In genere, questo tipo di doni ha delle conseguenze, e lui era fin troppo soddisfatto del suo ruolo di detentore del potere per rovinare tutto con parole avventate e presuntuose. S'era accontentato di farsi tenere a bada con accenni e parole ambigue, e avrebbe volentieri continuato così, se non fosse stato per gli zarzi che lo infastidivano e per il ritardo del treno per L'Himby: era stanco e pronto ad attaccare briga. Quella, però, era solo una parte della questione. Sì, aveva insistito con il mystif, ma non al punto di aizzarlo in questo modo. E invece aveva subito da parte sua un attacco assolutamente eccessivo rispetto all'offesa che poteva avergli arrecato. Gli aveva fatto una domanda innocente e, per tutta risposta, adesso il suo stomaco era completamente sottosopra. Tutto per quelle belle chiacchiere che avevano fatto in montagna.
"Gentle..."
"Vaffanculo."
"Il treno, Gentle..."
"Che cosa?"
"Sta arrivando."
Gentle aprì gli occhi. Il mystif era sulla porta, e in uno stato pietoso.
"Mi dispiace per quel che è successo," disse.
"Non doveva succedere," replicò Gentle. "Ma tu hai fatto in modo che succedesse."
"No, davvero, non sono stato io."
"Che cosa è stato, allora? Qualcosa che ho mangiato?"
"No. Ma ci sono certe domande..."
"Che mi fanno stare male."
"... che hanno delle risposte che tu non vuoi ascoltare."
"Per chi mi prendi?" disse Gentle in tono sprezzante. "Io ti faccio una domanda... e tu, per tutta risposta, mi riempi la testa di tanta merda che vomito l'anima... E poi sarebbe colpa mia perché ti ho fatto per primo la domanda? Che cazzo di logica è questa?"
Pie alzò le mani in segno di ironica resa.
"Non voglio litigare," aggiunse.
"D'accordo," replicò Gentle.
Qualsiasi altro scambio sarebbe stato a questo punto impossibile, dato il rumore crescente del treno in arrivo, che fu salutato con fischi di gioia e applausi dal pubblico raccolto sul marciapiede. Pur non essendosi ancora ripreso del tutto, Gentle seguì Pie tra la folla.
Sembrava che metà degli abitanti di Mai-Ké si fossero radunati alla stazione. La maggior parte, pensò Gentle, doveva essere venuta solo per guardare: molto probabilmente non erano viaggiatori ma solo persone venute a concedersi una distrazione dalla fame e dalle preghiere inascoltate. C'erano però anche alcune famiglie che avevano intenzione di salire sul treno e cercavano di farsi largo con le valigie tra la folla. Quanti sacrifici dovevano essersi imposti per conquistarsi la fuga da Mai-Ké, Dio solo lo sapeva. Piangevano a dirotto mentre salutavano chi rimaneva, la maggior parte anziani che, a giudicare dal loro dolore, non si aspettavano di rivedere più figli e nipoti. Il tragitto verso L'Himby, che per Gentle e Pie era soltanto una gita, per loro significava l'inizio di un viaggio nella memoria.
Detto questo, senz'altro pochi mezzi di trasporto nell'Imagica erano più spettacolari dell'enorme locomotiva che solo ora cominciava a spuntare da una nuvola di vapore. Chiunque avesse progettato quella macchina rumorosa e luccicante conosceva bene le sue sorelle terrestri: era il tipo di locomotiva ormai fuori uso in Occidente, ma ancora impiegata in Cina e in India. Non era un'imitazione così pedissequa da trascurare l'aggiunta di un pizzico di joie de vivre assai decorativa; infatti era stata dipinta con colori talmente sgargianti da sembrare il maschio di una qualche specie in cerca di accoppiamento, anche se sotto l'imbrattatura di colori c'era una macchina che avrebbe potuto sbuffare vapore a King's Cross o a Marylebone negli anni successivi alla Grande Guerra. Tirava sei carrozze e sei carri merci, su due dei quali furono caricate le pecore. Pie aveva già percorso in lunghezza tutto il treno e si avvicinò a Gentle, dicendo:
"La seconda. Il resto è tutto pieno."
Salirono. L'interno, una volta, doveva essere stato bello, ma l'uso l'aveva molto rovinato. La maggior parte dei sedili era priva di rivestimento e di poggiatesta e alcuni mancavano completamente dell'imbottitura. Il pavimento era polveroso e le pareti - che una volta erano state decorate con lo stesso disegno della locomotiva - avevano urgente bisogno di una mano di vernice fresca. C'erano solo altri due viaggiatori, entrambi di sesso maschile, entrambi grassi in modo grottesco. Indossavano tutti e due redingote da cui spuntavano colletti elaboratamente ricamati, che davano loro l'aspetto di due ecclesiastici fuggiti da un pronto soccorso. Avevano lineamenti sottili, che si affollavano al centro del viso come in cerca di reciproco sostegno contro la paura di sprofondare nel grasso. Mangiavano noci che rompevano con il pugno tozzo lasciando cadere per terra, in mezzo a loro, una pioggerella di pezzetti di guscio polverizzato.
"Fratelli del Boulevard," osservò Pie, mentre Gentle si sedeva quanto più possibile lontano dagli schiaccianoci.
Pie sedette nel posto verso il corridoio tenendosi accanto la valigia che conteneva le poche cose raccolte fino a quel momento. Poi ci fu una lunghissima attesa durante la quale gli animali, forse recalcitranti perché sapevano che quel viaggio li avrebbe portati al macello, vennero fatti salire sul treno a forza di botte e di lusinghe, e gli umani rimasti sul marciapiede si scambiarono gli ultimi saluti. In quell'attesa, dai finestrini non entravano solo promesse e lacrime, ma anche il tanfo degli animali e, inevitabilmente, gli zarzi, attirati stavolta non più dalla carne di Gentle, ma da quella dei Fratelli e dal loro pasto.
Stanco da ore di attesa ed esausto dalla nausea, Gentle dapprima si assopì e poi si addormentò tanto profondamente che la partenza del treno, avvenuta con enorme ritardo, non lo scosse minimamente. Quando si risvegliò, erano già trascorse due ore dall'inizio del viaggio. Il paesaggio fuori dal finestrino non era cambiato di molto. Da un lato le distese di terra grigio-marrone che circondavano Mai-Ké, e, sparsi qua e là, gruppi di casolari costruiti con il fango - quando ancora c'era l'acqua - e che si distinguevano a fatica dalla terra su cui poggiavano. Di quando in quando il treno attraversava una striscia di terra - forse favorita dalla presenza di una sorgente o meglio irrigata rispetto al resto - dove si potevano scorgere ancora tracce di vita; raramente, però, si intravedevano contadini piegati a raccogliere il raccolto maturo. In generale, la scena che si presentava ai loro occhi era quella prevista da Banty. Avrebbero visto per molte ore terra morta, aveva detto; poi avrebbero attraversato la steppa e i tre fiumi fino alla provincia di Bem, di cui L'Himby era il capoluogo. Lì per lì Gentle aveva dubitato della veridicità di quelle informazioni (Banty aveva fumato un'erba dall'odore troppo pungente per essere soltanto un passatempo gradevole, e inoltre metteva in mostra qualcosa che Gentle non aveva ancora visto nei suoi concittadini: un sorriso). A ogni buon conto, drogata o no, bisognava ammettere che conosceva bene la geografia di quei luoghi.
Durante il viaggio, i pensieri di Gentle tornarono di nuovo alle origini del potere che Pie aveva in qualche modo risvegliato in lui. Se, come sospettava, il mystif aveva toccato una parte rimasta finora passiva della sua mente e gli aveva dato la possibilità di accedere a quelle funzioni che in tutti gli altri esseri umani rimanevano latenti, perché era tanto dannatamente riluttante a chiarirgli le idee? Non gli aveva dato prova, lassù sulle montagne, di essere più che pronto ad accettare l'idea di una mente che abbraccia un'altra mente? Oppure quella promiscuità ora lo imbarazzava e quell'attacco sul marciapiede non era altro che un modo per ristabilire una certa distanza tra di loro? Se così stavano le cose, c'era riuscito perfettamente. Per mezza giornata non si scambiarono nemmeno una parola.
Sotto il sole torrido del pomeriggio il treno si fermò in una cittadina e vi fece sosta finché il gregge salito a Mai-Ké non fu sceso. Almeno quattro carrellini con bevande e cibo passarono lungo il corridoio mentre il treno era fermo; uno di essi offriva soltanto dolci e canditi, tra i quali Gentle trovò una versione di quella torta ai semi e miele che quasi l'aveva trattenuto ad Attaboy. Ne comprò tre fette e poi acquistò, da un altro venditore, due tazze di caffè molto zuccherato. Quella combinazione fece risvegliare il suo organismo intorpidito. A sua volta, il mystif comprò e mangiò pesce fritto, l'odore del quale allontanò ancora di più Gentle da lui.
Quando si udì il segnale della partenza imminente, Pie si alzò all'improvviso e si precipitò verso la porta. A Gentle passò per la testa che Pie avesse l'intenzione di mollarlo lì da solo, ma in realtà il mystif aveva semplicemente notato un'edicola sul marciapiede ed era sceso di corsa per acquistare un giornale. Risalì mentre il treno iniziava a muoversi. Sedette di nuovo vicino ai resti della sua cena a base di pesce e non aveva ancora aperto il giornale che si lasciò scappare un fischio basso.
"Gentle. Faresti bene a dare un'occhiata qui."
Gli allungò il giornale. I titoli in prima pagina erano in una lingua che Gentle non capiva né riconosceva, ma ciò poco importava. Le fotografie in basso parlavano da sole. Si vedevano una forca con sei corpi appesi e, in piccolo, i ritratti degli individui che erano stati giustiziati. Tra di loro, Hammeryock e il Pontefice Farrow, i legislatori di Vanaeph. Sotto la fila di impiccati una foto molto ben riuscita di Sua Rozzezza, l'evocatore pazzo.
"Così..." disse Gentle. "Hanno fatto la fine che si meritavano. È la migliore notizia che ho sentito finora."
"No, non è così," replicò Pie.
"Hanno tentato di ucciderci, ricordi?" continuò Gentle controllando il tono, determinato a non lasciarsi irritare dalla litigiosità di Pie. "Se sono morti sulla forca, non ho nessuna intenzione di piangere per loro! Cosa hanno fatto, hanno cercato di rubare il Merrow Ti'Ti'?"
"Il Merrow Ti' Ti' non esiste."
"Stavo scherzando, Pie," disse Gentle con uno sguardo senza espressione.
"Non c'è niente su cui scherzare," continuò il mystif, mantenendo un'espressione seria. "Il loro crimine..." Pie si fermò e cambiò posto per andarsi a sedere di fronte a Gentle, riprendendogli, prima di proseguire, il giornale dalle mani. "Il loro crimine è molto più grave," proseguì a voce bassa. Iniziò a leggere con un filo di voce, riassumendo il contenuto dell'articolo. "Sono stati giustiziati una settimana fa per aver attentato alla vita dell'Autarca, mentre questi e il suo entourage erano in missione di pace a Vanaeph..."
"Stai scherzando?"
"No, non è uno scherzo. È ciò che dice il giornale."
"Ci sono riusciti?"
"No, naturalmente. Hanno ucciso tre suoi consiglieri con una bomba e hanno ferito undici soldati. Il congegno era... ehi, aspetta, il mio Omootajivac s'è arrugginito... il congegno è stato introdotto di nascosto in sua presenza dal Pontefice Farrow. Sono stati tutti presi vivi, dice, ma impiccati morti, il che significa che sono morti sotto tortura, ma l'Autarca ha voluto comunque che la loro esecuzione fosse pubblica."
"Maledetto barbaro."
"È una cosa piuttosto comune, soprattutto nei processi politici."
"E che cosa dice di Sua Rozzezza? Perché c'è la sua fotografia?"
"Pare che sia un cospiratore, ma sembra sia riuscito a fuggire. Quell'idiota..."
"Perché dici così?"
"Immischiarsi nella politica quando la posta in gioco è così alta... Non è la prima volta, naturalmente, e non sarà nemmeno l'ultima..."
"Non ti seguo."
"La gente è stanca di aspettare e allora si butta in politica. Ma non capisce niente. Un branco di idioti."
"Lo conosci bene?"
"Chi? Sua Rozzezza?" I lineamenti solitamente pacati di Pie divennero per un istante confusi. Poi disse: "Ha... una certa fama, diciamo così. Lo troveranno di sicuro. Non c'è un buco in tutti i Domini in cui possa nascondersi."
"Perché dovrebbe importartene?"
"Abbassa la voce."
"Rispondi alla domanda," replicò Gentle, parlando più piano.
"Era un Maestro, Gentle. Si faceva chiamare evocatore, ma è la stessa cosa: aveva potere."
"Allora perché viveva in un buco di merda come Vanaeph?"
"Non a tutti interessano il benessere e le donne, Gentle. Alcune anime hanno ambizioni più grandi."
"Quali, per esempio?"
"La saggezza. Ricordi perché abbiamo deciso di fare questo viaggio? Per capire. Questa è un'ottima ambizione." Pie guardò Gentle dritto negli occhi per la prima volta dall'episodio sul marciapiede. "La tua ambizione, amico mio. Tu e Sua Rozzezza avete molto in comune."
"E lui lo sapeva?"
"Oh, sì..."
"È questo il motivo per cui era così irritato, quando non volevo sedermi a parlare con lui?"
"Direi di sì."
"Merda!"
"Hammeryock e Farrow devono averci presi per spie venute a intralciare i piani del loro complotto contro l'Autarca."
"Ma Sua Rozzezza conosceva la verità."
"Certo. Qualche tempo fa era un grand'uomo, Gentle. Almeno... queste erano le voci. Ora, probabilmente, sarà già morto o sotto tortura. E non è una grande notizia per noi."
"Pensi che farà i nostri nomi?"
"Chi lo sa? I Maestri conoscono molti modi per difendersi dalla tortura, ma anche l'uomo più forte può cedere sotto il tipo di pressione giusta."
"Stai forse dicendo che abbiamo l'Autarca alle calcagna?"
"Penso che lo sapremmo, se così fosse. Abbiamo fatto molta strada da Vanaeph. Le acque, forse, nel frattempo si sono calmate."
"E forse non hanno ancora arrestato Sua Rozzezza, no? Forse è riuscito a scappare."
"Hanno comunque catturato Hammeryock e il Pontefice. Penso che ormai abbiano una nostra descrizione dettagliata."
Gentle poggiò la testa sullo schienale. "Merda," esclamò. "Non ci stiamo facendo molti amici, vero?"
"Un'altra ragione per cui non dobbiamo perderci," aggiunse il mystif. Le ombre dei bambù che scorrevano fuori tremolarono debolmente sul suo viso, ma lui non mosse ciglio. "Per quanto male ti possa avere fatto, adesso o in passato, perdonami. Non era mia intenzione, Gentle. Per favore, credimi. Non avevo proprio alcuna intenzione di farti del male."
"Lo so," mormorò Gentle. "Anche a me dispiace, davvero."
"Sei d'accordo di rimandare la nostra discussione a quando saremo rimasti i soli litiganti nell'Imagica?"
"Ci vorrà parecchio tempo."
"Tanto meglio."
Gentle rise. "Va bene," disse, chinandosi e prendendo la mano del mystif. "Abbiamo visto tante cose belle insieme, non è vero?"
"Sì, è vero."
"A Mai-Ké stavo per dimenticare quanto fosse meraviglioso tutto questo."
"Abbiamo altre meraviglie da vedere."
"Promettimi solo una cosa."
"Cosa?"
"Non mangiare più pesce crudo quando ci sono io nelle vicinanze. È più di quanto un uomo riesca a sopportare."
II
Dal tono struggente con cui Banty aveva descritto L'Himby, Gentle si aspettava una specie di Katmandu, una città di templi, pellegrini e droga libera. Forse una volta, quando Banty era giovane, la città era stata qualcosa del genere. Allorché, pochi minuti dopo il calar della notte, Gentle e Pie scesero dal treno, l'atmosfera che trovarono non era quella che ispirava una calma spirituale. Ai cancelli della stazione c'erano dei soldati. Molti se ne stavano pigramente a fumare o a chiacchierare, ma alcuni controllavano con lo sguardo i passeggeri che scendevano dai treni. Fortunatamente, pochi minuti prima che entrasse in stazione il treno di Gentle e Pie, ne era arrivato un altro sul binario adiacente, sicché al cancello del marciapiede premeva una folla di passeggeri aggrappati disperatamente alle poche cose che avevano. Non fu difficile per Pie e Gentle aprirsi un varco proprio dove la folla era più densa, in modo da passare inosservati ai cancelletti girevoli e uscire dalla stazione.
Fuori, nelle strade ampie e illuminate, c'erano molte altre truppe, la cui presenza non mutava affatto l'atmosfera di apatia che le circondava. Quelle schiere di soldati apparentemente in libera uscita indossavano una divisa grigia, mentre gli ufficiali ne portavano una bianca, perfettamente in sintonia con la notte subtropicale. Erano tutti armati fino ai denti. Gentle evitò di fissare troppo attentamente sia gli uomini sia le loro armi per timore di attirare l'attenzione; bastava comunque un'occhiata per accorgersi che le armi e i veicoli parcheggiati all'angolo di ogni singola strada avevano le stesse potenti strutture di quelli già visti a Beatrix. I militari di Yzordderrex erano decisamente grandi maestri nell'arte della guerra, e disponevano di una tecnologia che era molte generazioni più avanti di quella della locomotiva che aveva condotto lì i due viaggiatori.
Ma la cosa che affascinò maggiormente Gentle non furono i carri armati né i mitra, quanto invece la presenza tra quelle truppe di una sottospecie di creature che non aveva mai visto prima. Pie li aveva chiamati Oethac. Erano alti quanto gli altri, ma almeno un terzo di quella altezza era costituito dalla testa. Il loro corpo tozzo si allargava grottescamente per sopportare il peso di quel massiccio carico osseo.
Bersagli facili, osservò Gentle, ma Pie precisò sottovoce che avevano un cervello assai piccolo, un teschio molto spesso e una sopportazione del dolore addirittura stoica - come si poteva arguire dall'incredibile numero di livide cicatrici e di sfregi sulla loro pelle, bianca quanto l'osso che ricopriva.
Quella massiccia presenza militare sulle strade doveva da qualche tempo costituire una norma, perché la popolazione continuava imperturbabile a fare le ultime compere della giornata, come se uomini e armi non esistessero. Non si notava alcun segno di fraternizzazione con le truppe, ma neppure di ostilità.
"Dove andiamo?" chiese Gentle a Pie, una volta fuori dalla folla della stazione.
"Scopique vive a nord-est della città, vicino ai Templi. È un dottore, un dottore di tutto rispetto."
"Credi che eserciti ancora?"
"Non è un cavadenti, Gentle. È dottore in teologia. Questa città gli piaceva proprio perché era così sonnolenta."
"È cambiata, da allora."
"Direi di sì. Sembra sia diventata una città ricca."
Ovunque si potevano vedere i segni della nuova ricchezza di L'Himby. Nei palazzi sfolgoranti dalle porte verniciate di fresco, nei pedoni che sfoggiavano gli abiti più variopinti e nel gran numero di automobili di lusso che affollavano le strade. Ma era rimasta anche qualche impronta della cultura che aveva preceduto la fortuna della città: ogni tanto nel traffico, tra strombazzate di clacson e imprecazioni di ogni genere, si vedeva ancora qualche bestia da soma, e qua e là qualche vecchia facciata era stata incorporata, senza troppo buon gusto, nei nuovi palazzi. E poi c'erano le facciate viventi, i visi delle persone con cui Gentle e Pie si mescolavano. I nativi avevano una peculiarità fisica unica: grappoli di escrescenze cristalline, gialle e color porpora, sulla testa, disposte a corona o a cresta a partire dal mezzo della fronte, oppure intorno alla bocca. Per quel che ne sapeva Pie, quelle escrescenze non avevano una funzione specifica, e i più raffinati dovevano considerarle delle malformazioni, giacché erano disposti a fare di tutto pur di nascondere la propria affinità con gli antiestetici compaesani. Molti di quegli elegantoni portavano infatti cappelli e veli, o si truccavano per celare l'evidenza; altri si erano affidati alla chinirgia e andavano in giro fieri di poter camminare senza aver nulla da nascondere, le cicatrici in evidenza come prova della loro ricchezza.
"È grottesco," rispose Pie a Gentle che gli faceva osservare quegli strani personaggi. "Ma riflette l'influenza dannosa che può esercitare la moda sulle persone. Questa gente vuole assomigliare ai modelli che vede nei negozi di Patashoqua, e gli stilisti di Patashoqua si sono sempre ispirati al Quinto per le loro creazioni. Che idioti! Guardali! Sono sicuro che se mettessimo in giro la voce che a Parigi in questi giorni va di moda tagliarsi il braccio destro, da qui a casa di Scopique incontreremmo soltanto mutilati."
"Non era così ai tuoi tempi?"
"Non a L'Himby. Come ti ho già detto, questo era un luogo di meditazione, ma a Patashoqua sì, sempre, perché è vicina al Quinto e ne sente fortemente l'influenza. E poi c'erano pochi Maestri minori, allora, che andavano avanti e indietro e introducevano i nuovi stili e le nuove idee. Alcuni di loro hanno fatto fortuna in questo modo, attraversando l'In Ovo ogni due o tre mesi per carpire le novità del Quinto e rivenderle alle case di moda, agli architetti e così via. È una cosa dannatamente decadente. Mi rivolta lo stomaco."
"Ma tu hai fatto la stessa cosa, no? Sei diventato parte del Quinto Dominio."
"Non qui. Assolutamente no," replicò il mystif, battendosi il pugno sul petto. "Non nel cuore. Il mio errore è stato quello di perdermi nell'In Ovo e di lasciarmi chiamare sulla Terra. Sulla Terra ho giocato al gioco degli uomini, ma solo nella misura in cui mi è stato imposto."
Nonostante gli abiti sformati e spiegazzati, Pie e Gentle erano a capo scoperto, sicché il loro cranio, privo di protuberanze strane, attirava l'attenzione degli invidiosi poseurs che sfilavano sul marciapiede. La cosa era tutt'altro che confortante. Se la teoria di Pie era corretta, e Hammeryock o il Pontefice Farrow li avevano descritti ai torturatori dell'Autarca, allora il manifesto con il loro identikit poteva essere già stato affisso in tutta L'Himby. Se così stavano effettivamente le cose, qualche dandy invidioso avrebbe potuto guadagnarsi una bella taglia sussurrando poche parole all'orecchio di un soldato. Non era forse meglio, suggerì Gentle, prendere un taxi per cercare di passare inosservati? Il mystif non fu d'accordo, se non altro per il fatto che non ricordava l'indirizzo di Scopique e l'unica speranza che aveva di trovarlo era di continuare a piedi, seguendo il proprio fiuto. Concordarono di evitare le zone più affollate della città, le strade con i locali e i caffè dove i clienti sedevano godendosi la brezza della sera o dove i soldati avevano il proprio punto di ritrovo. Sebbene continuassero ad attirare l'attenzione e l'ammirazione generali, nessuno li importunò e dopo venti minuti girarono l'angolo della strada principale, entrando in una via che, dopo pochi palazzi ancora decorosi, lasciava spazio a un paio di isolati costituiti da edifici sudici, tane di anime sinistre.
"Qui è più sicuro," affermò Gentle. Era un'osservazione paradossale, dato che ora stavano camminando su strade che avrebbero istintivamente evitato in qualunque città del Quinto: quartieri di periferia mal illuminati, in cui la maggior parte degli edifici versava nell'abbandono e nella rovina. Anche nelle case più squallide si intravedevano comunque delle luci accese e i bambini giocavano in quelle strade tenebrose nonostante l'ora tarda. I loro giochi non erano molto diversi da quelli della Terra; ma non perché fossero stati copiati, bensì piuttosto perché erano le invenzioni di giovani menti che potevano disporre dello stesso materiale di base: una palla e una mazza, un pezzo di gesso e la pietra del marciapiede, una corda e una filastrocca. Gentle si sentì rassicurato a camminare tra di loro e a udire le loro risa, del tutto simili a quelle dei bambini umani.
Dopo poco le case abitate furono sostituite dalla più totale desolazione, e dal malumore di Pie fu facile capire che il mystif aveva perso l'orientamento. A un tratto, però, scorgendo una struttura in lontananza, emise un mormorio di piacere.
"Ecco il Tempio," disse, indicando un blocco monolitico ad alcuni chilometri di distanza da loro. Non era illuminato e sembrava abbandonato al centro di una spianata. "Ricordo che Scopique vedeva questo paesaggio dalla finestra del bagno. Mi raccontava che quando c'era bel tempo andava in bagno, apriva la finestra e contemplava e defecava allo stesso tempo."
Sorridendo al ricordo, il mystif volse le spalle al Tempio. "Il bagno era di fronte al Tempio e non c'erano altre strade tra quello e la casa. Era terreno libero perché i pellegrini vi si potessero accampare."
"Allora stiamo andando nella direzione giusta," disse Gentle. "Dobbiamo voltare a destra in fondo a questa strada."
"Mi sembra logico," aggiunse Pie. "Stavo cominciando ad avere dubbi sulla mia memoria."
Non c'era nient'altro da guardare: due isolati e le strade acciottolate finivano bruscamente.
"Eccoci qua," disse Pie. Non c'erano toni trionfali nella sua voce: ai loro occhi si era presentata una scena di desolazione. Se le strade che avevano percorso in precedenza erano state devastate dal tempo, quest'ultima doveva essere stata vittima di attacchi ben più sistematici. Alcuni edifici mostravano i segni del fuoco, altri sembravano essere stati usati come bersagli per le esercitazioni di una Panzerdivision.
"Qualcuno è stato qui prima di noi," disse Gentle.
"Così sembra," concordò Pie. "Devo dire che non ne sono affatto sorpreso."
"Allora perché cazzo ci siamo venuti?"
"Perché volevo vedere con i miei occhi," rispose Pie. "Non preoccuparti, il viaggio non finisce qui. Sicuramente Scopique ci avrà lasciato un messaggio."
Gentle non osò dire quanto ritenesse improbabile quell'eventualità e si limitò a seguire il mystif, fino a quando non si fermarono di fronte a un edificio che, se non si poteva ancora considerare un ammasso di pietre annerite, stava sicuramente per diventarlo. Un incendio lo aveva divorato e quello che una volta doveva essere stato un bel portone era ora soltanto legno ammuffito; il tutto era rischiarato non da luci artificiali (la strada non era illuminata), ma da qualche sparuta stella.
"E meglio che tu mi aspetti qui," disse Pie'oh'pah. "Può essere che Scopique abbia lasciato delle difese."
"Come che cosa?"
"L'Imperscrutato non è l'unico che può evocare i guardiani," replicò Pie. "Per favore, Gentle... Vorrei andare avanti da solo." Gentle alzò le spalle. "Fai come vuoi," disse. Poi, quasi seguendo un pensiero: "Come al solito."
Gentle osservò Pie salire le scale ricoperte di macerie, rimuovere le assi di legno dalla porta e sparire alla vista. Piuttosto che rimanere ad aspettare sulla soglia, Gentle continuò da solo per vedere il Tempio da un'altra prospettiva, riflettendo sul fatto che quel Dominio, come a suo tempo il Quarto, non solo aveva deluso le sue aspettative, ma anche quelle di Pie. Il paradiso sicuro di Vanaeph li aveva quasi uccisi, mentre le distese omicide delle montagne avevano offerto loro la rinascita. E adesso L'Himby, un tempo città sacra, ora ridotta in macerie. Che cosa doveva aspettarsi per il futuro? Forse sarebbero giunti a Yzordderrex e avrebbero scoperto che non era più la Babilonia dei Domini, ma la Nuova Gerusalemme?
Si fermò, lo sguardo fisso sul Tempio immerso nella penombra, mentre la sua mente ritornava a un problema su cui aveva riflettuto « lungo durante il viaggio nel Terzo: come riuscire nell'impresa di tracciare una mappa dei Domini per dare agli amici, una volta tornato nel Quinto, un'idea delle terre che aveva attraversato. Avevano percorso strade di ogni tipo dall'autostrada di Patashoqua ai tratti sterrati tra Happi e Mai-Ké; avevano attraversato valli verdi e scalato montagne che avrebbero potuto uccidere il più ardimentoso degli uomini; avevano provato il lusso dei cocchi e la lealtà dei doeki; avevano sudato e si erano congelati; e avevano sognato come poeti finiti in qualche luogo magico che mettesse in dubbio i loro sensi e loro stessi. Tutto ciò doveva trovare una forma: i percorsi, le città, le montagne e le pianure, tutto doveva essere trasferito su due dimensioni in modo da potercisi immergere a piacere. A suo tempo, pensò Gentle, rimandando ancora una volta la sfida, a suo tempo.
Ritornò con lo sguardo alla casa di Scopique. Nessun segno di vita da parte di Pie. Cominciò a preoccuparsi: forse gli era successo qualcosa. Ritornò sulle scale, salì e, non senza provare un leggero senso di colpa, entrò passando attraverso la fessura tra le assi di legno. La luce delle stelle non riusciva quasi a penetrare e l'improvvisa cecità lo spaventò, ricordandogli l'oscurità infinita della cattedrale di ghiaccio. Allora il mystif era dietro di lui; stavolta lo precedeva. Gentle si fermò per alcuni istanti sulla porta, finché i suoi occhi non riuscirono a dar forma al locale. Si trattava di una casa stretta, piena di locali stretti, ma in profondità si sentiva una voce, poco più di un sussurro, che Gentle seguì, incespicando nel buio. Dopo pochi passi si rese conto che non era la voce di Pie, ma quella, rauca e atterrita, di un altro. Era forse Scopique, che ancora si nascondeva tra le rovine?
Un bagliore, non più intenso di quello della stella meno iridescente, lo condusse verso una porta attraverso cui Gentle poté vedere chi parlava. Pie era al centro di quella stanza annerita e dava le spalle a Gentle. Oltre quelle spalle, Gentle vide la fonte di quella luce evanescente: un'ombra sospesa in aria come una tela tessuta da un ragno con velleità di ritrattista, e che una debole brezza bastava a far ondeggiare. Ma i suoi movimenti non erano casuali. Il viso di ragnatela aprì la bocca e sussurrò la propria saggezza.
"... non c'è prova migliore di questi cataclismi. Dobbiamo attaccarci a questo, amico mio... attaccarci e pregare... no, è meglio non pregare... Dubito anche di Dio, ora, e specialmente dell'Aborigeno. Se i bambini appartengono in qualche modo al Padre, allora Egli non ama la giustizia e la bontà."
"Bambini?" ripeté Gentle.
Il respiro uscito con quella parola sembrò muovere i fili della ragnatela. Il viso si allungò, la bocca sembrò sfilacciarsi.
Il mystif si girò a guardare e fece segno all'intruso di tacere. Scopique - perché quello era sicuramente un suo messaggio - riprese a parlare.
"... Credimi quando dico che noi conosciamo solo la decima parte dei complotti e delle trame che sono stati orditi. Molto prima della Riconciliazione, esistevano forze pronte a sopprimerla; ne sono assolutamente convinto. Come sono altrettanto sicuro che queste forze non siano ora scomparse. Stanno operando in questo Dominio così come nel Dominio da cui siete venuti... Non calcolano il tempo in termini di decenni, ma di secoli, come anche noi dovremmo fare. E hanno seppellito i loro agenti a grandi profondità. Non fidarti di nessuno, Pie'oh'pah. Nemmeno di te stesso. I loro complotti risalgono a molto tempo prima che nascessimo. Possiamo essere stati concepiti per servirli in qualche modo a noi ignoto. Verranno a prendermi molto presto, probabilmente con degli evacuatori. Se morirò, lo verrai a sapere. Se riuscirò a convincerli che sono solo un innocuo svitato, mi porteranno alla Culla e mi interneranno nella maison de santé. Mi troverai là, Pie'oh'pah. Se hai cose più urgenti da fare, allora dimenticami, non te ne vorrò per questo. Ma ricorda, amico, che tu venga o no a prendermi, sappi che qua'ndo ti penso sorrido, e sorridere in questi giorni è molto difficile."
Ancor prima di terminare il discorso, la ragnatela cominciò a perdere la forza di mantenere fattezze umane, i suoi lineamenti s'andavano dissolvendo, mentre la forma scompariva come in se stessa, finché, quando anche l'ultimo messaggio fu comunicato, non rimase altro che un tremolio sul pavimento. Il mystif si piegò sulle ginocchia e tastò con le dita, alla ricerca di quei fili inerti.
"Scopique..." mormorò.
"Che cosa è la Culla di cui parlava?"
"La Culla di Chzercemit. È un mare interno, a due o tre giorni da qui."
"Ci sei stato?"
"No. È un luogo di confino. Nella Culla c'è un'isola che veniva utilizzata come prigione. Ci venivano rinchiusi la maggior parte dei criminali che avevano commesso qualche atrocità ma risultavano troppo pericolosi per essere condannati a morte."
"Non capisco."
"Te lo spiegherò un'altra volta. Il fatto è che adesso dev'essere diventata un ospedale psichiatrico." Pie si alzò in piedi. "Povero Scopique. Ha sempre avuto paura della pazzia..."
"So cosa vuol dire," osservò Gentle.
"... e adesso lo hanno portato in un manicomio."
"Allora dobbiamo tirarlo fuori," replicò semplicemente Gentle.
Non riuscì a notare l'espressione di Pie, ma vide che il mystif si portava le mani al viso e lo udì, dietro i palmi, singhiozzare.
"Ehi..." disse dolcemente Gentle, abbracciandolo. "Lo troveremo. So che non avrei dovuto venire a spiare, ma ho pensato che poteva esserti successo qualcosa."
"Almeno lo hai ascoltato con le tue orecchie. E ora sai che non è un bugia."
"Per quale motivo avrei dovuto pensarlo?"
"Perché non hai fiducia in me," rispose Pie.
"Pensavo fossimo d'accordo," soggiunse Gentle. "Siamo assieme e questa è la nostra unica speranza di rimanere sani e salvi. Non eravamo forse d'accordo?"
"Sì."
"E allora attacchiamoci a questo."
"Potrebbe non essere così facile. Se i sospetti di Scopique sono esatti, uno di noi potrebbe lavorare per il nemico e non saperlo."
"Per nemico intendi l'Autarca?"
"Uno è lui, certo. Ma sono convinto che sia solo una parte infinitesimale di una corruzione ben più grande. Imagica è malata, Gentle, in ogni suo angolo. Venire qui e vedere come L'Himby è cambiata mi fa venire voglia di abbandonarmi alla disperazione."
"Sai, avresti dovuto costringermi a sedere e a parlare con Sua Rozzezza. Avrebbe potuto darci qualche consiglio."
"Non sono in condizione di costringerti a fare la benché minima cosa. Inoltre, non sono sicuro che Sua Rozzezza avrebbe potuto darci consigli migliori di quelli di Scopique."
"Forse, quando lo incontreremo di nuovo potrà fornirci nuove informazioni."
"Speriamo."
"E questa volta non mi risentirò scappando via come un perfetto idiota."
"Se arriveremo all'isola, non ci sarà molto spazio per scappare."
"Giusto. Ma ora abbiamo bisogno di un mezzo di trasporto."
"Qualcosa di anonimo."
"Qualcosa di veloce."
"Qualcosa di facile da rubare."
"Sai come si arriva alla Culla?" chiese Gentle.
"No, ma posso chiedere in giro mentre tu rubi una macchina."
"Va bene. Ah, Pie? Compra anche qualcosa di forte da bere e delle sigarette, per piacere."
"Mi vuoi proprio portare sulla via della perdizione."
"Scusa. Pensavo fosse proprio il contrario."
III
Lasciarono L'Himby molto prima dell'alba con una macchina che Gentle scelse per il suo colore (grigio) e per la totale assenza di qualsiasi segno particolare. Era proprio quello che ci voleva. Per due giorni viaggiarono senza intoppi su strade che diventavano sempre meno trafficate a mano a mano che si allontanavano dalla città dei templi e dalla sua periferia tentacolare. Oltre i confini cittadini notarono una discreta presenza militare, ma nessuno li fermò. Solo una volta videro da lontano un contingente di veicoli di artiglieria pesante che manovrava dietro barricate, puntando le armi verso L'Himby, e mostrandosi giusto quanto bastava per far capire ai cittadini che la loro vita dipendeva soltanto da un atto di clemenza.
A metà del terzo giorno, però, la strada su cui viaggiavano si era fatta quasi completamente deserta e la pianura di L'Himby aveva lasciato il posto alle colline. Al mutamento di paesaggio fece seguito un cambiamento di tempo. Il cielo si rabbuiò e, data l'assoluta mancanza di vento, le nuvole diventarono sempre più minacciose. Un paesaggio che avrebbe potuto essere baciato dal sole e dall'ombra era diventato tetro e umido. Anche le tracce di abitazioni si fecero più rare. Ogni tanto i due viaggiatori passavano davanti a una fattoria in rovina da lungo tempo; ancor più raramente coglievano il segno della presenza di qualche essere vivente, spesso inselvatichito, sempre solo, come se quel territorio fosse stato abbandonato ai reietti.
Poi, la Culla. Apparve improvvisamente, quando Gentle e Pie salirono fino a una vetta da cui si presentò ai loro occhi un panorama di spiagge grigie e di mare argenteo. Gentle non si era reso conto fino a quel momento di quanto le colline lo avessero oppresso prima che la sua vista si aprisse su quel paesaggio. Si sentì confortato.
C'erano delle stranezze, comunque. Per esempio le centinaia di uccelli silenziosi e immobili sulla scogliera, come un pubblico in attesa dell'inizio di uno spettacolo che si rappresenta sul palcoscenico del mare, e non nell'aria o sull'acqua. Pie e Gentle non compresero il motivo di quella quiete fin quando non giunsero nei pressi della moltitudine appollaiata e scesero dalla macchina. Non solo erano immobili gli uccelli e il cielo sopra di loro, ma anche la Culla. Gentle si fece strada tra i gruppi di volatili - per la maggior parte una specie di gabbiani, anche se non mancavano anatre, beccacce di mare e un piccolo stormo di pappagalli - verso la riva, toccando l'acqua prima coi piedi e poi con le dita. Non era gelata - sapeva per amara esperienza che cosa fosse il gelo -, ma semplicemente solidificata: l'ultima onda era ancora visibile, riccioli e mulinelli fissati nel momento in cui stavano per infrangersi sulla riva.
"Così almeno non dobbiamo nuotare," disse il mystif, mentre scrutava l'orizzonte in cerca della prigione di Scopique. La riva opposta non era visibile, ma l'isola sì. Era una roccia grigia appuntita che s'innalzava dal mare a molte miglia di distanza: la maison de santé, come l'aveva chiamata Scopique, un conglomerato di edifici che spiccavano sulle alture.
"Andiamo adesso o aspettiamo che cali la notte?" chiese Gentle.
"Non la troveremo mai con il buio," rispose Pie, "Dobbiamo andare adesso."
Ritornarono alla macchina e si fecero strada tra gli uccelli che non sembravano più disposti a spostarsi davanti alle quattro ruote di quanto non lo fossero stati prima davanti ai due viaggiatori appiedati. Alcuni si alzarono in volo per poi ritoccare terra subito dopo; molti altri, invece, rimasero immobili e morirono per il loro stoicismo.
Il mare era la migliore strada che avessero percorso da quando avevano lasciato Patashoqua: quando si era solidificato doveva essere stato calmo come l'acqua di una laguna. Passarono sopra numerosi corpi di uccelli, intrappolati durante il processo di solidificazione e sulle cui ossa erano ancora visibili carne e piume, cosa che indusse i due viaggiatori a pensare che il mare si fosse solidificato solo di recente.
"Ho sentito di qualcuno che camminava sull'acqua," disse Gentle.
"Ma guidare... è tutta un'altra cosa."
"Hai un'idea di cosa andiamo a fare sull'isola?" chiese Pie.
"Chiederemo di vedere Scopique e, quando lo troveremo, ce ne andremo con lui. Se si rifiutano di farcelo vedere, useremo la forza, È semplice."
"Possono esserci delle guardie armate."
"Vedi queste mani?" rispose Gentle, staccandole dal volante e mettendole davanti alla faccia di Pie. "Queste mani hanno una forza letale." Rise, notando l'espressione sul viso del mystif.
"Non preoccuparti, non ne farò un uso indiscriminato," e riportò le mani sul volante. "Mi piace avere questa forza. Davvero. L'idea di poterla usare in un certo senso mi eccita. Ehi, guarda. I soli stanno per sorgere di nuovo."
Le nuvole dense lasciarono trapelare alcuni deboli raggi che illuminarono l'isola, la cui distanza si era ormai ridotta ad appena un chilometro. Il sopraggiungere dei visitatori non era passato inosservato. Alcune guardie erano appostate sulla sommità della scogliera e lungo il parapetto della prigione. Altre figure si affrettavano giù per i sentieri della scogliera verso le barche ormeggiate a riva. Dalla sponda alle spalle dei due viaggiatori si sentì il rumore degli uccelli che si erano alzati in volo.
"Si sono svegliati, finalmente," disse Gentle.
Pie si guardò intorno. La luce del sole illuminava la spiaggia e le ali degli uccelli alzatisi in volo in una nuvola minacciosa.
"Oh, Gesù..." disse Pie.
"Che cosa c'è?"
"Il mare..."
Pie non dovette spiegare ciò che stava accadendo, perché lo stesso fenomeno che interessava ora la superficie della Culla alle loro spalle stava venendogli incontro dall'isola. Una lenta onda d'urto che mutava la natura della materia che attraversava. Gentle aumentò la velocità, cercando di coprire la distanza che ancora separava il veicolo dalla terraferma, ma la strada che stavano percorrendo si era già completamente liquefatta dalla parte dell'isola, e la trasformazione si stava diffondendo con rapidità sorprendente.
"Ferma la macchina!" urlò Pie. "Se non scendiamo adesso, sprofonderemo con lei."
Gentle bloccò l'auto di colpo ed entrambi si precipitarono fuori dall'abitacolo. Il terreno sotto i loro piedi era ancora sufficientemente solido per correrci su, ma mentre i due affrettavano il passo avvertivano i tremori che annunciavano la prossima dissoluzione.
"Sai nuotare?" gridò Gentle a Pie.
"Se devo farlo," rispose il mystif senza distogliere lo sguardo dalla marea in arrivo.
L'acqua sembrava viva e aveva l'aria di essere piena di pesci predatori.
"Ma questo non mi sembra un bel posto per fare il bagno, Gentle."
"Non credo che abbiamo altra scelta."
Forse, però, qualche speranza di salvezza l'avevano. Alcune barche stavano per prendere il largo, si sentivano il rumore dei remi e le grida ritmate dei rematori levarsi dalle acque argentee ribollenti. Il mystif però non riponeva troppa speranza nell'aiuto di quelle barche. I suoi occhi avevano notato uno stretto passaggio, come un sentiero di ghiaccio soffice che ancora li univa alla terraferma. Afferrò il braccio del compagno, e glielo indicò.
"Lo vedo!" rispose Gentle, e si incamminarono per quel tortuoso percorso, tenendo costantemente d'occhio la posizione delle due barche in mare. I rematori, capita immediatamente la loro strategìa, cambiarono direzione per intercettarli. La marea divorava il sentiero da entrambi i lati, e la possibilità di scamparla si faceva sempre più remota, quando il rumore della macchina che s'impennava prima di sparire negli abissi distrasse Gentle. Si voltò e così facendo si scontrò con Pie. Il mystif cadde sulla faccia. Gentle lo aiutò a rialzarsi ma Pie era troppo stordito per rendersi conto del pericolo che correvano.
Grida di richiamo provenivano dalle barche e sotto i piedi dei due amici l'acqua incalzava sempre più. Gentle si issò Pie sulle spalle e riprese la corsa. Avevano però perso secondi preziosi. La prima barca era a circa venti metri da loro, dieci dei quali ancora solidi. Se Gentle rimaneva fermo, la superfìcie compatta sotto di lui si sarebbe dissolta prima che la barca potesse raggiungerli. Se tentava di correre con in spalla il peso del mystif semisvenuto, avrebbe sicuramente perso l'appuntamento con i suoi salvatori.
In quelle condizioni, qualcun altro scelse per lui. La superficie su cui Gentle poggiava cedette sotto il suo peso sommato a quello del mystif e le acque argentee del Chzercemit gli avvolsero i piedi. Udì un grido di allerta provenire dalla creatura sulla barca più vicina - un Oethac macrocefalo e pieno di cicatrici - poi sentì la gamba destra cedere di una quindicina di centimetri e il piede sprofondare in quella specie di banchisa friabile. Adesso toccava a Pie tirarlo su, ma era una causa persa in partenza: la superficie non avrebbe sostenuto nessuno dei due.
Con sguardo pieno di disperazione Gentle fissò l'acqua in cui sarebbe stato costretto a nuotare. Le creature che aveva visto minacciose non erano nel mare, erano il mare. Quelle piccole onde avevano schiena e collo; il luccichio della schiuma era il luccichio di innumerevoli piccoli occhi. La barca stava ancora remando velocemente verso di loro e per un attimo pensarono che con un lungo balzo avrebbero potuto raggiungerla.
"Vai!" urlò a Pie, spingendolo con forza.
Il mystif inciampò, ma nelle sue gambe c'era energia sufficiente per tramutare la caduta in un salto. Con le dita afferrò il bordo della barca, ma la violenza della spinta fece perdere l'equilibrio a Gentle. Questi ebbe il tempo di vedere che il mystif veniva issato sull'imbarcazione e anche quello di pensare che avrebbe potuto afferrare le mani che ora si tendevano verso di lui. Ma il mare non aveva alcuna intenzione di lasciarsi sfuggire entrambe le prede. Mentre affondava nella spuma argentea che lo tratteneva come una cosa viva, Gentle tese le mani sopra il capo nella speranza che l'Oethac lo afferrasse. Invano. Perse coscienza e, abbandonato a se stesso, si inabissò.
26
I
Gentle si svegliò al suono di una preghiera. Capì, ancor prima di unire quel suono a una visione, e pur non riconoscendo la lingua, che erano parole di supplica. Le voci si alzavano e si abbassavano con la stessa disarmonia delle congregazioni terrestri, dato che uno o due di quelli che pregavano rimanevano sempre qualche sillaba indietro, lasciando i versi incompiuti. In ogni caso, era un suono gradito. Gentle era affondato credendo che non sarebbe mai più tornato a galla.
Una luce gli sfiorò gli occhi, ma tutto ciò che aveva di fronte era immerso nelle tenebre. Dall'oscurità traspariva comunque una qualche vaga forma, e Gentle cercò di metterla a fuoco. Solo quando le ciglia, le guance e il mento inviarono al suo cervello un messaggio di irritazione, Gentle comprese il motivo per cui non riusciva a riconoscere nulla. Giaceva supino e la sua faccia era coperta da un telo. Ordinò al proprio braccio di sollevarsi e toglierlo, ma l'arto steso lungo il fianco sembrava non rispondere ai suoi comandi. Si concentrò, chiedendogli di obbedire e irritandosi sempre più, mentre il timbro delle suppliche mutava e si insinuava in esso un tono di urgenza disperata. Gentle ebbe l'impressione che il suo letto venisse mosso e cercò di chiedere aiuto, ma aveva qualcosa in gola che gli impediva di emettere suoni. L'irritazione divenne inquietudine. Cosa c'era che non andava? Devo stare calmo, si disse. Andrà tutto a posto, basta stare calmi. Ma, dannazione, il letto veniva sollevato! Dove lo stavano portando? All'inferno, e con tutta calma. Non poteva stare lì buono buono, mentre lo portavano chissà dove. Non era morto, dannazione!
Oppure sì? Il solo pensiero spazzò via ogni speranza di mantenere l'equilibrio. Lo stavano sollevando, lo stavano trasportando inerte su una tavola dura con il viso coperto da un telo. Che cosa significava tutto questo, se non la morte? Stavano recitando preghiere per la sua anima, sperando di innalzarla verso il paradiso, mentre portavano le sue membra verso una destinazione ignota. Una buca nel terreno? Un rogo? Doveva fermarli: alzare la mano, emettere un gemito, qualsiasi cosa per segnalare che la sua sepoltura era intempestiva. Mentre si concentrava sul segnale da inviare, per elementare che potesse essere, una voce si innalzò tra le preghiere. Il suono delle litanie si interruppe e anche coloro che stavano portando il feretro si fermarono di colpo quando la stessa voce - era Pie! - si fece risentire.
"Non ancora!" disse il mystif.
Qualcuno alla destra di Gentle mormorò qualcosa in una lingua sconosciuta; parole di conforto, forse. Il mystif rispose nella stessa lingua con la voce rotta dal dolore..
Un terzo interlocutore cominciò a parlare manifestando la stessa intenzione del compatriota: convincere Pie ad abbandonare il corpo al suo destino. Che cosa dicevano? Che il corpo era solo un involucro, l'ombra vuota di un uomo il cui spirito se ne era andato verso un posto migliore? Gentle voleva che Pie non ascoltasse. Lo spirito era qui! Qui!
Poi - gioia delle gioie! - gli rimossero il telo dal viso e Pie entrò nel suo campo visivo. Lo stava fissando. Anche il mystif sembrava mezzo morto, i suoi occhi erano spenti, la sua bellezza intaccata dal dolore.
Sono salvo, pensò Gentle. Pie si accorgerà che ho gli occhi aperti e che c'è tutt'altro che putrefazione dentro il mio cranio. Ma Pie sembrava non capire. Anzi, vederlo gli strappò un altro scoppio di lacrime. Un uomo con la testa piena di escrescenze cristalline si avvicinò al mystif e gli pose la mano sulla spalla, sussurrandogli qualcosa all'orecchio e allontanandolo con dolcezza. Le dita di Pie sfiorarono il viso di Gentle e si posarono per qualche secondo sulle sue labbra. Ma quel respiro che una volta aveva mandato in frantumi il muro tra i Domini era adesso così debole che passò completamente inosservato. L'uomo venuto a confortare Pie gli fece ritrarre le dita e ripose il telo sul viso di Gentle.
Il mesto corteo riprese a cantare l'inno funebre e coloro che portavano la bara risollevarono il loro carico. Di nuovo cieco, Gentle sentì svanire anche l'ultimo bagliore di speranza e si lasciò prendere dal panico e dalla rabbia. Pie si era sempre vantato della sua sensibilità. Com'era possibile che, ora che la sua solidarietà era di importanza vitale, rimanesse indifferente alla minaccia incombente sull'uomo che aveva considerato suo amico? Amico? Di più: anima gemella, qualcuno per il quale aveva dato nuova forma alla sua carne.
La morsa di terrore si allentò per un istante. Forse c'era ancora un barlume di speranza nascosto tra quei rimproveri. Gentle li analizzò per trovarvi una chiave, una risposta. Un'anima gemella? Carne riplasmata? Ma sì, certo, naturalmente! Finché poteva pensare, poteva desiderare, e il desiderio poteva toccare il mystif, trasformare il mystif. Se avesse potuto togliersi dalla testa i pensieri di morte e sostituirli con il sesso, Gentle avrebbe potuto ancora arrivare al nucleo proteiforme di Pie; doveva innescare un processo di metamorfosi, anche minimo, che toccasse la sua sensibilità.
Quasi a confonderlo, gli tornò in mente un'osservazione di Klein, quasi richiamata da un altro mondo.
"... Tutto quel tempo perso," aveva detto Klein, "a meditare sulla morte per impedirti di venire troppo presto..."
Il ricordo gli sembrò una banale distrazione finché non si rese conto che rispecchiava precisamente la sua situazione attuale. Il desiderio rappresentava ora la sua unica difesa contro l'estinzione prematura. Spostò i pensieri su quei piccoli dettagli che avevano sempre stimolato la sua immaginazione erotica: una nuca scoperta dai riccioli sollevati; labbra bagnate da una lingua lenta; sguardi; carezze; audacie. Ma Thanatos teneva Eros per il collo. La paura scacciava l'eccitazione. Come poteva mantenere vivo nella mente un pensiero erotico tanto a lungo da riuscire a influenzare Pie, quando lo attendevano la fiamma o la tomba? Non era pronto per nessuna delle due. La prima era troppo calda, l'altra troppo fredda; una troppo chiara, l'altra così scura. Quello che Gentle voleva era qualche settimana in più, qualche giorno, anche soltanto qualche ora; si sarebbe accontentato di poche ore... nello spazio tra quei due poli. Dov'era la carne; dov'era l'amore. Rendendosi conto che non riusciva a dominare i pensieri di morte, fece un ultimo tentativo: li abbracciò; cercò di avvolgerli nella tela delle sue fantasie erotiche.
La fiamma? Non era altro che il calore del corpo del mystif che premeva contro il suo, e freddo era il sudore sulla sua schiena mentre facevano l'amore. L'oscurità era la notte che celava i loro eccessi e la vampata del rogo era il loro orgasmo. Sentiva che il trucco funzionava e diede libero sfogo alla sua fantasia. Perché, in fondo, la morte non poteva avere un aspetto erotico? Anche se si fossero coperti di vesciche o fossero imputriditi, forse in quella dissoluzione avrebbero potuto scoprire nuovi modi di amare, sfaldando i loro corpi strato dopo strato e poi riunendo i loro umori e i loro succhi fino a una completa fusione.
Aveva fatto una proposta di matrimonio a Pie, e lui aveva accettato. Quella creatura era sua: l'avrebbe amata e stretta, l'avrebbe riplasmata secondo l'immagine dei suoi desideri più appassionati e proibiti. Fu quello che fece. Vedeva la creatura nuda a cavalcioni sopra di lui, cambiare ogni volta che la toccava, togliersi la pelle come se si trattasse di vestiti. Jude era uno di quegli strati e Vanessa un altro e Martina un altro ancora. Tutti lo cavalcavano, c'era la bellezza del mondo intero impalata sul suo membro.
Perduto in queste fantasie, non si accorse neppure che i portantini s'erano fermati di nuovo. Tutt'intorno si sentivano mormorii e, tra quelli, risolini leggeri e stupefatti. Qualcuno strappò via il telo e Gentle vide il suo amante piegarsi verso di lui, ridere, nonostante i lineamenti ancora deformati dalle lacrime copiose e dall'influenza che su di essi aveva appena esercitato Gentle.
"È vivo! Oh, Gesù, è vivo!"
Alcune voci sollevarono delle obiezioni, ma il mystif le mise subito a tacere.